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Very Hot Topic (More than 25 Replies) Consigli di Studio di Michele Marvulli. (Read 53680 times)
Rapsodia
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Consigli di Studio di Michele Marvulli.
03. Jan 2008 at 21:58
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Consigli di Studio di Michele Marvulli.


Prendo spunto da uno dei racconti di vita professionale e non solo del Maestro, riguardante il suo metodo di studio sotto periodo concorso di Genova e approfittiamo spudoratamente per domandargli un po di dritte sul problema base di un buon strumentista in primis: Lo Studio. Personalmente sono stata incuriosita e colpita da cio’ che scriveva il Maestro e lo riporto:

...Non c’era più tempo da perdere. Occorreva escogitare una soluzione razionale per organizzare lo studio. Prima di tutto decisi di scomporre ciascuno dei Preludi e Fughe in due brani distinti; altrettanto feci per la Toccata e Fuga, per i tempi delle Sonate e dei Concerti. Sommando questi spezzoni ai 3 brani del repertorio romantico e ai 5 di quello moderno, ottenni un totale di 25 pezzi. Dedicando ad ognuno di essi solo mezz’ora, occorrevano 12 ore e 30 minuti ogni giorno per studiarli tutti. Questa volta non attesi un lunedì per iniziare e mi misi immediatamente al lavoro. Mi ero fornito di una sveglia e ne regolavo la suoneria alla mezz’ora, all’inizio dello studio; non appena squillava la ricaricavo e passavo al brano successivo. Dopo aver studiato 4 pezzi facevo una pausa di 15 o 20 minuti. Tra studio e pause dedicavo al lavoro circa 14 ore al giorno...

Orbene Maestro un po’ di domande se le va di dirci la sua. Mi rendo conto che possono sembrare generiche, ma la preghiamo di porre degli esempi personali qualora lo ritenesse consono. Partirei con poche - e spero non troppo confuse-  domande, ma chiunque è invitato gioiosamente a farsi avanti.


Quanto conta una lettura approfondita della partitura e come deve avvenire una esaustiva?

Che tipo di metodica di studio consiglierebbe a noi giovani? Su cosa prevalentemente insistere?

Possiamo parlare di fasi di studio? Ne ha individuate diverse nella sua lunghissima carriera di docente e Musicista?

Qual è il giusto approccio nel momento in cui ci si trova di fronte ad un repertorio da metter su ex novo?

Lei ha un “metodo” personale? Se si, potrebbe indicarcelo?

Lei opera una differenza “di studio” inteso come metodica a seconda che si trovi di fronte un Repertorio Classico, Romantico, Moderno e Contemporaneo? (parlo sempre di metodo di studio)

Quali aspetti ritiene che siano di fondamentale importanza in una prima fase di studio? A cosa bisogna prestare attenzione inizialmente?

La sua vastissima esperienza in direzione orchestrale non di meno la sua visione aperta della partitura, l’ha favorita nella messa a punto del Repertorio solistico? Se si, potrebbe indicarci cosa converrebbe studiassimo per avere un’agevolazione in tal senso?

Potrebbe consigliarci la migliore maniera di trattare il pedale?

Ci parla della giusta trattazione della Polifonia applicata al nostro strumento?

E' importantissimo ascoltare noi stessi con un orecchio oggettivo mentre suoniamo. E' l'orecchio che ci guida, ma spesso è difficile isolarsi e fare strada ad un ascolto attento di noi stessi perchè troppo presi dalle problematiche strettamente strumentali. Cosa ne pensa di questo processo?

Che tipo di lavoro consiglierebbe dovendo preparare un Concorso importante?

Potrebbe consigliarci come mantenere un Repertorio sotto mano?

Ce la da qualche dritta sulla Memorizzazione?

Metronomo si, metronomo no? O a piccole dosi?

Si parla tanto di Studio “meta pianistico” o meglio “meta strumentale”; un lavoro quindi da effettuarsi lontando dallo strumento. Lei che ha adoperato il Pianoforte come mezzo per far musica, potrebbe dirci che tipo di lavoro è importante compiere lontano dallo strumento?

Potrebbe farci qualche esempio di una sua seduta di studio?


Per ora mi fermo. Smiley
Grazie sin d’ora del tempo che vorrà dedicarci.
  
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Michele Marvulli
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #1 - 03. Jan 2008 at 23:26
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Rapsodia!
Mi vuoi morto già a Capodanno?
Ti chiederò solo una cosa:
vuoi le risposte tutte insieme o una alla volta?
(spero tu scelga la seconda opzione...)
Baci nuovi per l'anno nuovo.
Affettuosamente.

Marvulli
  
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Michele Marvulli
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #2 - 16. Jan 2008 at 22:07
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Quote:
1 - Quali aspetti ritiene che siano di fondamentale importanza in una prima fase di studio? A cosa bisogna prestare attenzione inizialmente?

2 - Si parla tanto di Studio “meta pianistico” o meglio “meta strumentale”; un lavoro quindi da effettuarsi lontano dallo strumento. Lei che ha adoperato il Pianoforte come mezzo per far musica, potrebbe dirci che tipo di lavoro è importante compiere lontano dallo strumento?

3 - Quanto conta una lettura approfondita della partitura e come deve avvenire una esaustiva?

4 - Possiamo parlare di fasi di studio? Ne ha individuate diverse nella sua lunghissima carriera di docente e Musicista?

5 - Che tipo di metodica di studio consiglierebbe a noi giovani? Su cosa prevalentemente insistere?

6 - Metronomo si, metronomo no? O a piccole dosi?




Cara Rapsodia, ho numerato le tue domande e le ho raggruppate secondo un criterio che mi permetta una risposta “panoramica” a quesiti che si possono considerare senza alcun dubbio attinenti ad una stessa tematica. Tenuto conto, poi, della popolazione di pianoforum, nel quale coesistono nomi d’illustri maestri, concertisti, giovani pianisti, docenti di scuole pubbliche o private, ma anche amatori e allievi giovanissimi, sarà mia cura di formulare le risposte nella maniera più semplice e con un linguaggio che risulti accessibile a quanti ritengano di trovarne una qualche utilità. Prima di entrare nel merito, bisogna precisare che ogni metodica applicata allo studio è suscettibile di infinite variabili, che dipendono da condizioni d’ordine mentale (livello di maturità) o da predisposizione anatomica (facilità di mano). Pertanto i miei suggerimenti vanno presi esclusivamente a titolo personale; scaturiscono da lunghi anni d’esperienza nel campo didattico.

RISPOSTA

Le domande 1 e 2 pongono in luce il medesimo problema. Nell’apprendimento di un brano ex novo, il nostro cervello è chiamato a lavorare in due campi diversi d’attività: uno, di carattere solo acquisitivo (decifrare il testo), l’altro, di carattere solo motorio (dare impulso alle mani o al braccio o alle dita). E’ possibile che questo tipo di lavoro, fatto in contemporanea, possa ingenerare una qualche confusione? In altre parole: è possibile che, immersi in una lettura complicata, perdiamo il controllo della mano che assume posizioni sbagliate, che sarà difficile correggere in seguito? E’ possibile che un attento controllo della manualità ci distolga da un’esatta lettura del testo? Proprio per ovviare a questi pericoli, Franz Liszt esigeva un lavoro metodico, da svolgersi separatamente in fasi successive, che indico di seguito:
1 – Leggere “a tavolino” il testo fino a memorizzarlo compiutamente!
2 – Suonarlo al pianoforte, lento e forte, controllando l’esattezza della manualità.
3 – Aggiungere i segni d’espressione, d’articolazione, di pedale.

Anche Carlo Vidusso, notissimo docente al Conservatorio di Milano, usava lo stesso metodo, anzi, pretendeva di più. Su ogni nota andava scritta la diteggiatura; e questo, se non vado errato, sempre a tavolino; una fuga di Bach andava trascritta su fogli di carta pentagrammata, usando per ogni voce un rigo separato e quindi memorizzata a tavolino. Dal canto mio, lo confesso, non ho mai avuto la pazienza di sperimentare il metodo di Liszt, né credo che l’abbia fatto mai qualcuno dei miei allievi.

Alla domanda 3 rispondo: una lettura approfondita è indispensabile; una esaustiva, in pratica, si raggiunge molto più tardi. Se riprendi, dopo qualche tempo, un pezzo che ritenevi di conoscere alla perfezione, scoprirai nel testo un particolare che prima ti era sempre sfuggito!

Alle domande 4 e 5 rispondo analiticamente con un esempio:
1 – In un gruppo di 4 misure in tempo allegro c’è un passaggio di 16 semicrome e tra queste ne sbagli sempre due.
Non perdere tempo inutile! Non continuare con testardaggine a ripetere sempre tutte le 4 misure. Studia con cura solo le due note sbagliate, estrapolandole dal contesto. Poi, quando ti sentirai sicura, esegui a tempo tutto il passaggio. Nove volte su dieci ti succederà d’incappare ancora nell’errore di quelle due note. Che fare? Niente paura! Se l’errore persiste, ma solo in fase d’esecuzione, il problema non è da ascrivere ad inefficienza tecnica, bensì a fattore di natura psicologica. Per superare l’ostacolo, devi riuscire a considerare le due note che sbagli come un fatto esterno, diverso da tutto il resto del passaggio, un elemento da prendere al volo quando arriva il suo turno. Ora prova ad eseguire il passo incriminato; mentre la tua mano darà ugual valore a tutte le 16 semicrome, il tuo cervello attenderà al varco pronto ad innestare anche le due note incriminate, con un comando a parte. E tutto filerà liscio come l’olio.
Ovviamente quest'esempio fatto su due note può essere esteso ad un salto, a due o più accordi, a qualsiasi cambio di posizione che viene a rompere un equilibrio. Ci sono tanti altri esempi, naturalmente, ma te li dico la prossima volta.

Domanda 6 - Il metronomo.
Può servire nel caso ci sia un bisogno di controllo, ma si deve farne a meno appena possibile. Un uso prolungato potrebbe provocare un indebolimento della scansione ritmica che deve essere al nostro interno. Sarebbe come voler diventare un provetto nuotatore e continuare a servirsi del salvagente!

Michele Marvulli
  
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #3 - 23. Feb 2008 at 22:20
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Woffo wrote on 11. Feb 2008 at 19:17:
Davvero interessante.
Anche Woffo ha una domanda da porre,anche se c'entra relativamente:
Qual'è il modo migliore per riscaldarsi prima di una esecuzione da concerto?



Innanzi tutto chiedo scusa a Woffo per il ritardo nella risposta, ero preso da altri quesiti che mi parevano più pressanti.

Ecco il mio pensiero:

I guanti di lana servono a poco; nemmeno il termosifone giova. In verità, il freddo esterno (quello che avvertiamo a livello dell’epidermide) non c’entra per niente con i muscoli, che non si possono definire freddi bensì legati e pigri per l’inattività. Si usa dire “scaldarli", ma ritengo sia un termine improprio; forse sarebbe meglio dire “scioglierli”, “muoverli”. Bene. Guardiamo per un momento cosa usano gli altri strumentisti, che siano concertisti o semplici professori d’orchestra. I fiati hanno veramente bisogno di scaldare lo strumento, per fissarne l’intonazione, e quindi suonano a lungo prima d’esibirsi; così facendo sciolgono anche le dita. Gli archi hanno più o meno gli stessi problemi dei fiati e si comportano quindi in ugual modo. Noi pianisti dovremmo solo poter sciogliere le dita suonando; nei camerini degli artisti nei teatri importanti generalmente non manca mai un pianoforte, sia pure verticale, proprio per offrire la possibilità di esercitarsi e “scaldarsi” prima dell’esibizione. Ma non facciamoci troppe illusioni! Mentre gli strumentisti ad arco o a fiato entreranno in scena abbracciando stretto stretto e ben caldo il proprio strumento, noi ne troveremo sul palcoscenico, o in sala, uno sempre gelido (anche nel mese di agosto) che ci attende muto e sornione. E basterà uscire dal camerino e percorrere quei pochi metri che ci dividono da quel bestione, per avvertire quell’antipatica sensazione delle mani gelate, anche se le avremo ben “scaldate” suonando per oltre mezzora!

Per questi motivi i concertisti di grand’esperienza sono molto accorti, quando devono mettere su un programma di Recital, sulla scelta del brano iniziale In linea generale evitano pezzi che richiedano grande forza o velocità da brivido; evitano altresì pezzi estremamente statici o da sonorità quasi impalpabili o al limite del suono. Una scelta oculata per iniziare un’esibizione è, a mio parere, l’unico modo efficace per scaldarsi le mani.

  
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #4 - 08. May 2008 at 20:52
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Quote:
Maestro, Ondine è un vocalizzo o un duetto?



Caro Sergio!

Che domanda difficile! Dove hai letto di queste cose? Vocalizzo? Duetto? Ti confesso la mia più completa ignoranza del problema.
Anzi, ti sarò grato se mi darai qualche lume.

Mi scuso per il ritardo, ero fuori casa per molti giorni.
Ti abbraccio.
Michele Marvulli
  
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #5 - 27. Sep 2008 at 17:54
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Keith-Jarrett wrote on 27. Sep 2008 at 14:29:
... Vorrei evidenziare un aspetto, quello del concentrare le forze e le energie sui passaggi che non vengono, più corti possibili.
Qualcuno parla i ridurre il passaggio a due note (o accordi).
Grazie Maestro.

Mio caro Jarrett,
Non ho capito se mi fai una domanda o commenti quello che ho scritto.
Infatti, il sistema di estrapolare un gruppo difficile (ho detto due note, ma potrebbero essere tre, quattro, cinque), situato all'interno di un lungo passaggio, l'ho già scritto nel post precedente.
  
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #6 - 13. Oct 2008 at 10:59
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aspirante pianista wrote on 13. Oct 2008 at 09:42:
tuttavia ci sono degli aspetti negativi in questo mio "esperimento": ho notato che studiando a lungo a mani separate  ho perso molto nell' interrelazione(coordinazione) tra le due mani stesse, perciò diciamo che ho dovuto  anche "ristudiare" il tutto a mani unite. ecco, ho iniziato lo studio op. 25 no 11 di chopin con questa "tattica nuova" ottenendo  dei buoni risultati.  ho riscontrato un altro problema: quando aumento la velocità ovviamente la resistenza muscolare diminuisce.

vorrei chiedere al maestro marvulli come ci si comporta di fronte a un problema di questo genere?? stessa cosa avviene nello studio delle ottave  (cito l'esempio del "funerailles" di liszt). dovrei continuare a studiare lento e sollevare pian piano il tempo metronomico oppure non sono abbastanza rilassato??

Caro/a (scusami, non so che genere usare, dal tuo nick non si capiece)
quando ho parlato di studiare a mani separate lento e forte mi riferivo alla fase primaria dello studio: la lettura. E' ovvio che si debba passare al più presto alle mani unite, proprio per trovare quella coordinazione di cui parli.
Circa la convinzione che studiando lento impariamo bene e non capiteranno errori non sono molto convinto. L'errore può capitare per un cumulo di circostanze occasionali(lo sbattere d'una finestra, l'inizio di uno starnuto, una mosca che ti solletica l'orecchio) e non puoi farci nulla.
Per acquistare velocità devi per forza non allontanare le dita dalla tastiera e questo cuserà una pardita di forza nel suono. Anche la tecnica di Brugnoli (alla quale s'ispirò il Maestro Vitale) prevede questo progressivo avvicinamento del dito, man mano che s'acquista velocità. Puoi però trovare un "tuo" punto di forza, anche nell'articolazione ravvicinata, perchè solo "tu" sei in grado d'avvertire quello che succede nel "tuo" braccio e nella "tua" mano.
Saluti cari e in bocca al lupo per Schumann.

  
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #7 - 01. Nov 2008 at 08:00
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Visca wrote on 31. Oct 2008 at 22:45:
Maestro la ringrazio di cuore per gli importantissimi suggerimenti dati fino ad ora.
Volevo chiederLe un aiuto per quanto riguarda lo studio Op.10 n°1 di Chopin; ho fatto tutte le varianti indicate dal mio maestro ed ora lo studio è praticamente a velocità. Ora che le varianti sono state immagazzinate dalla mie dita, nelle sessioni di studio da adesso in avanti è meglio che lo esegua da lento a veloce (magari dividendolo in varie sezioni) o ripetere comunque ancora delle varianti?
Grazie


Caro Andrea,
la tua domanda mi provoca imbarazzo. Non so a quale tipo di varianti ti riferisci, comunque affermi che te le ha indicate il tuo maestro. Se ora ti dicessi che considero le famigerate varianti un massacro inutile mi troverei a contraddire la volontà di questo maestro. Lungi da me l'idea! Mi limiterò a dirti  tre o quattro cosette:
1 - Non conosco lla possibilità d'allargamento della tua mano; ad ogni modo, poichè la maggior difficoltà di quello studio va identificata nel rapido restringimento ad ogni salto d'ottava, se proprio devi fare delle varianti, esegui quelle finalizzate al raggiungimento della massima velocità di questi salti d'ottava.
2 - L'ideale, per rispettare il tempo metronomico segnato da Chopin, sarebbe di riuscire a suonare tenendo le dita praticamente quasi "incollate" ai tasti; ogni  rialzo, altrimenti, provocherà inevitabili rallentamenti.
3 - Poichè l'arpeggio in genere deriva da una posizione "accordale", io insisterei - anche per rafforzare la memoria - nel richiamarmi a questa, seguendo la serie di quattro note per volta.
4 - Per finire, potresti ottenere il massimo della velocità optando per il sistema tecnico idella rotazione.

N.B. Non è il Vangelo! Solo mie modestissime idee...
In bocca al lupo.
  
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #8 - 01. Nov 2008 at 13:07
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Maestro la ringrazio per la risposta e per l'in bocca al lupo (crepi, grazie). Mi sono spiegato male; non mi sto fossilizzando su chissà quali varianti ma semplicemente studiandolo ad accordi e ribattendo due a due le note dell'accordo (per esempio, il primo ribatto DOSOL-Do-Mi, poi Do-SOLDO-mi e infine do-sol-DOMI). Anche il mio maestro infatti è contro le varianti, però in questo studio almeno quelle fondamentali per la posizione vanno fatte. Il problema che pure io ho individuato ma non riesco a risolvere è quello del movimento delle dita. Eseguendolo lento articolo per "sentire" ovviamente ogni nota. Andando in velocità poi, è proprio questa articolazione che rallenta tutto. Come potrei ovviare a questo problema?
  
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #9 - 01. Nov 2008 at 14:54
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La risposta è facile.
Studiare lento e forte va bene per le prime letture, quindi bisogna - al più presto possibile - cambiare tipologia di lavoro: bisogna esercitarsi come fosse la prova generale dell'esecuzione. Pur conservando una velocità ridotta (anzi ridottissima), tutto, dico tutto, deve essere al posto giusto, definitivo: braccio, mano, posizione delle dita, pedale, ogni segno d'espressione. Man mano che si acquista sicurezza si può  gradualmente aumentare la velocità (una tacca di metronomo per volta). Quindi, studiare lento (articolando) e suonare veloce (non  erticolando), è un'inutile perdita di tempo. Ricorda! Il tuo cervello farà al concerto quelle cose alle quali lo hai abituato durante l'esercitazione.
IMPORTANTE! Quando sarai al concerto (all'esame, al concorso) non cambiare nulla, specialmente a livello psicologico: Il tuo cervello deve essere fermamente convinto che sta ripetendo per l'ennesima volta la stessa cosa che haistudiato per tanto tempo.
  
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #10 - 05. Nov 2008 at 23:22
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Quote:
volodya wrote on 03. Nov 2008 at 16:11:
Maestro, una domandina (senza che apro un topic apposta):
Ho studiato preludio e fuga in re maggiore dal secondo libro (Bach of course).
Le duine nel preludio (ad esempio nella seconda battuta) come vanno interpretate ritmicamente?
Perchè ho sentito che Richter le fa come se fossero scritte (sempre in 3) minima e croma-minima e croma.
Non so se si capisce...

in effetti me lo sono sempre chiesto anche io

Scusate il ritardo: solo adesso mi accorgo di questo post.
Quote:
Allegro Tempestoso se l'è sempre chiesto anche lui!

Evidentemente, come tutti i bravi ragazzi di oggi ,Volodya e Allegro Tempestoso si servono della edizione Henle per studiare. Ottima edizione, senza dubbio. Ha un solo difetto: si attiene esclusivamente al manoscritto. Ma si guarda bene dallo scrivere sia pure un breve cenno, per avvisare i poveri studenti di musica (che si fidano ciecamente di lei), che ai tempi di Bach il manoscritto valeva quanto una cicca! Era in uso una prassi esecutiva all'epoca, una prassi voluta dallo stesso autore, e andava rispettata. Bach infatti scrisse un libricino "Klavierbuechlein", nel quale precisava di suo pugno come andava eseguita la sua musica. Io, poveraccio, che possiedo un modesto Casella sono in grado di dirvi queste cose, proprio perchè le ho apprese dal Casella. E se non ci fosse stato Casella, chissà per quanto tempo ancora continuereste a chiedervi il perchè!
Il ritmo di cui parlate va eseguito proprio così, a terzine. Anzi, tutto il ptrludio va pensato in 12/8 e non in tempo tagliato.
  
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #11 - 06. Nov 2008 at 12:31
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Michele Marvulli wrote on 05. Nov 2008 at 23:22:
Quote:
volodya wrote on 03. Nov 2008 at 16:11:
Maestro, una domandina (senza che apro un topic apposta):
Ho studiato preludio e fuga in re maggiore dal secondo libro (Bach of course).
Le duine nel preludio (ad esempio nella seconda battuta) come vanno interpretate ritmicamente?
Perchè ho sentito che Richter le fa come se fossero scritte (sempre in 3) minima e croma-minima e croma.
Non so se si capisce...

in effetti me lo sono sempre chiesto anche io

Scusate il ritardo: solo adesso mi accorgo di questo post.
Quote:
Allegro Tempestoso se l'è sempre chiesto anche lui!

Evidentemente, come tutti i bravi ragazzi di oggi ,Volodya e Allegro Tempestoso si servono della edizione Henle per studiare. Ottima edizione, senza dubbio. Ha un solo difetto: si attiene esclusivamente al manoscritto. Ma si guarda bene dallo scrivere sia pure un breve cenno, per avvisare i poveri studenti di musica (che si fidano ciecamente di lei), che ai tempi di Bach il manoscritto valeva quanto una cicca! Era in uso una prassi esecutiva all'epoca, una prassi voluta dallo stesso autore, e andava rispettata. Bach infatti scrisse un libricino "Klavierbuechlein", nel quale precisava di suo pugno come andava eseguita la sua musica. Io, poveraccio, che possiedo un modesto Casella sono in grado di dirvi queste cose, proprio perchè le ho apprese dal Casella. E se non ci fosse stato Casella, chissà per quanto tempo ancora continuereste a chiedervi il perchè!
Il ritmo di cui parlate va eseguito proprio così, a terzine. Anzi, tutto il ptrludio va pensato in 12/8 e non in tempo tagliato.

Quindi nella seconda battuta le duine le devo fare come fossero in 3 (semimima e croma)?
Però sorge spontanea la domenda: Allora perchè ha scritto così e non come qualche battuta più tardi una croma con il punto e una semicroma (che quelle si, vanno interpretate in 3 come dicevo prima)?
  

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Michele Marvulli
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Reply #12 - 06. Nov 2008 at 12:53
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Allegro!
Non chiederlo a me ma a Bach!
Te l'ho già scritto: devi considerare tutto il brano in 12/8, dunque con suddivisione ternaria costante. All'epoca non era ipotizzabile (come nel moderno Stravinsky) che potessero coesistere nello stesso brano momenti in ritmo binario e altri in ritmo ternario. Dunque tutto il testo deve adattarsi a questa regola.
  
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #13 - 06. Nov 2008 at 13:03
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Michele Marvulli wrote on 06. Nov 2008 at 12:53:
Allegro!
Non chiederlo a me ma a Bach!
Te l'ho già scritto: devi considerare tutto il brano in 12/8, dunque con suddivisione ternaria costante. All'epoca non era ipotizzabile (come nel moderno Stravinsky) che potessero coesistere nello stesso brano momenti in ritmo binario e altri in ritmo ternario. Dunque tutto il testo deve adattarsi a questa regola.

Ma come Allegro?  Undecided
Gliel'ho fatta io la domanda  Cry
  

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Reply #14 - 07. Nov 2008 at 08:14
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Maestro, vorrei farLe una domanda ingenua, se posso:
secondo Lei, il pianoforte si suona principalmente col cervello o con le mani?

Azzardo una teoria (che potrebbe essere altrettanto ingenua): allora, considerando che i muscoli delle dita, delle braccia e di tutto il corpo non si accrescono con lo studio e l'esecuzione pianistica (altrimenti dovremmo tutti fare delle sedute preparatorie in palestra Wink ), il processo apprendimento-esecuzione è ciclico.

Cioè si parte da una prima esperienza sensibile - l'approccio sulla tastiera di un nuovo brano - per poter permettere al cervello di apprendere e memorizzare ciò che poi, in una ulteriore successiva fase, dovrà indirizzare operando un controllo costante alla velocità di esecuzione.

Ecco, se questo è vero, potremmo dedurne che individui che abbiamo una fortissima capacità di concentrazione ed una estrema elasticità mentale (oltre che una musicalità assoluta) potrebbero eseguire brani in concerto quasi senza studiarli. Non trova?

A me è capitato di assistere a questa scena:

Morcone (BN) - Agosto 1981 (se non ricordo male)

Seminario bisettimanale tenuto da Sergio Fiorentino.

Una ragazza, di cui purtroppo non ricordo il nome, tira fuori un brano di Villa-Lobos (credo), una danza, chiedendo al Maestro cosa ne pensasse. Il Maestro afferma di non conoscere il brano, ma che l'avrebbe volentieri ascoltato.

La ragazza esegue il brano che alterna momenti lenti ad altri velocissimi (quasi una tarantella).

Dopodiché, LUI, dice: "Secondo me potresti suonarlo così!" e senza scomporsi, appoggiata la sigaretta sul posacenere, risuona il brano per intero, sbagliando una o due note, praticamente a memoria (la ragazza non riusciva a stargli dietro nel girare le pagine, sbalordita come tutti noi da ciò che stava accadendo), ma alla maniera di Sergio Fiorentino!
Ovviamente, alla fine ci voleva e c'è stata la solita, anche se più sentita, standing ovation.

Ora, è vero che stiamo parlando di un genio, ma non crede che ciò che Sergio era capace di fare sia, in parte, da attribuirsi a quelle capacità di cui parlavo prima?

E se così fosse, Lei crede che non ci sia altro mezzo per elasticizzare il cervello che quello che tutti noi usiamo da secoli, cioè lo studio ripetitivo del brano sia pure scomposto e tenendo conto di tutti i parametri che esso implica?

E allora mi sorge un'altra domanda: partendo dal presupposto che abbiamo scelto un brano che, tecnicamente, sappiamo di poter eseguire, se non riusciamo ad eseguirlo come vorremmo è perché il nostro cervello non è capace di indirizzare il corpo verso quell'esecuzione che vorremmo ottenere o perché il nostro fisico (apparato dita-braccia-spalle-torso ecc,) non risponde alla stessa velocità?

E, in questi casi, che fare?

Io, mi sono risposto che sarebbe stato meglio cambiare mestiere e, in parte, l'ho fatto, ma non so se mi sono arreso troppo presto o se ho fatto la cosa giusta (il rammarico, come può dedurre da questo post, è ancora fortissimo).

Maestro, mi scusi davvero, forse Le sembreranno domande stupide, ma io DEVO avere una risposta ad esse. Mi tormentano da anni e, La prego, di aiutarmi a capire…

La ringrazio di tutto cuore.

Aldo Filadoro - Addis Abeba
  

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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #15 - 07. Nov 2008 at 16:40
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AF wrote on 07. Nov 2008 at 08:14:
Maestro, vorrei farLe una domanda ingenua, se posso:
secondo Lei, il pianoforte si suona principalmente col cervello o con le mani?
Aldo Filadoro - Addis Abeba

Caro Aldo, purtroppo sono in partenza per uno o due giorni; ti risponderò don calma, non appena ritorno.
Saluti affettuosi.
Michele Marvulli

  
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #16 - 09. Nov 2008 at 19:24
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Caro Aldo,
non è facile trovare risposte razionali alle tue domande tutt’altro che stupide. Mi toccherà partire da lontano.
Rimanendo nel nostro campo, la Musica (ma potremmo estenderlo anche ad altre Arti, alla Matematica, alle Scienze), data per scontata una predisposizione congenita, esistono meccanismi che riescono a valorizzarla al massimo. Se ciò non avviene da che cosa può dipendere?

1 - La predisposizione era insufficiente.
2 - Il meccanismo non era esatto, oppure non applicato a dovere.

Tu hai scritto:
Quote:
E se così fosse, Lei crede che non ci sia altro mezzo per elasticizzare il cervello che quello che tutti noi usiamo da secoli, cioè lo studio ripetitivo del brano sia pure scomposto e tenendo conto di tutti i parametri che esso implica?

Mezzo che usiamo da secoli? Chi l’ha detto? Credo, invece, che si tratti di una pratica moderna, totalmente diversa da quella adottata da artisti del passato i quali, prima ancora d’essere pianisti, erano compositori e improvvisatori. Come pensi che si potesse affinare l’arte dell’improvvisazione? Dedicando ore ed ore a varianti ritmiche o ad accelerazioni metronomiche progressive? Non lo credo proprio e cerco di provarlo.

1 - E’ nota a tutti la rivalità esistente tra Mozart e Clementi. Un giorno qualcuno, credo un giovane allievo, raccontò a Mozart:
- Maestro! Sa che Clementi è capace d’eseguire passaggi di terza veloci?
- Impossibile – rispose Mozart – sono troppo difficili!
Qualche tempo dopo, Mozart e il giovane allievo furono insieme presenti ad un concerto dello stesso Clementi che eseguì, tra l’altro, la sua Sonata in fa diesis minore. Giunti al terzo movimento, nel quale figurano quei famosi passaggi di terze, il giovane si rivolse al Maestro:
- Ha visto, Maestro? Dunque avevo ragione che n’era capace.
E Mozart, con tono abbastanza nauseato:
- Boh! Chissà quanto li avrà studiati!
Non mi ricordo se la storiella è autentica o inventata; diamola comunque per buona. D’altra parte, Mozart – questo è storicamente provato – improvvisava all’istante su temi dati dal pubblico! Questa, per lui, era autentica abilità: chi, invece, riusciva ad esibirsi solo dopo aver studiato a lungo, era considerato un poveraccio, un uomo qualunque…

2 - Franz Liszt, anche questo è noto, studiava cinque ore giornaliere: due dedicate alla tecnica (quella sua, complicatissima, raccolta in dieci volumi) e tre alla lettura a prima vista.
E i brani che doveva eseguire in pubblico? Non ho trovato scritto da nessuna parte che studiasse anche quelli.

Sto parlando di geni, d’accordo, di menti superiori a qualsiasi immaginazione. Ma le loro mani, dico, erano pure queste appartenenti ad emisferi ultraterreni oppure erano fatte come le nostre: di ossa, cartilagini, muscoli e tendini? Certo che erano così! E allora? Allora, evidentemente, per quei geni ogni conquista meccanica andava ad arricchire una riserva di patrimonio, dal quale attingevano nel modo più naturale possibile, all’occorrenza.

Due parole sulla lettura a prima vista. Se praticata in modo sistematico, finisce per velocizzare enormemente il rapporto comando-esecuzione, con i vantaggi che tutti sono in grado di constatare: il tempo d’apprendimento, fra tutti, che si riduce incredibilmente quasi a niente.

Naturalmente, tutto questo è ben lontano dalla visione che abbiamo oggi del concertista per eccellenza, l’interprete perfezionista; ci appare, anzi, in netta contrapposizione. Eppure…

Nino Rota suonava ottimamente il pianoforte. La carriera concertistica non lo interessava, preso com’era dal suo enorme lavoro di compositore. Si esibiva soltanto per eseguire suoi brani, con risultati impeccabili. Era molto amico di Arturo Benedetti Michelangeli e andava spesso a fargli visita, alla villa posta nei pressi di Lugano.

- Sai – mi raccontò un giorno – ogni volta che vado a trovarlo, Michelangeli mi fa grandi feste; poi insiste perché suoni qualcosa per lui, qualunque cosa, non ha importanza. Mi tocca accontentarlo. Suono pezzi miei, naturalmente; alcuni già composti, altri improvvisati lì per lì. E mentre suono gli parlo – Nino Rota era insuperabile in questa capacità d’improvvisare e, nel contempo, tenere un dialogo con gli astanti – ma lui non risponde. Se ne sta zitto, imbambolato, ad ascoltare in religioso silenzio i miei pasticci sul pianoforte; lui, l’incontrastato, il massimo perfezionista, che mai io ricordi d’aver conosciuto! Non si stanca mai d’ascoltare. “Ancora, ancora”, mi dice. Più volte siamo andati avanti così fino a notte alta…




Edit - Vista la grande disponibilità del Maestro Marvulli e l'affetto che da tempo ci dimostra abbiamo ritenuto opportuno non togliere le domande degli utenti, o lasciarle comunque visibili come citazioni. Da oggi in poi gli utenti che vorranno continuare a beneficiare dei consigli del Maestro potranno inviare le loro domande come da avviso. L'amministrazione di Pianoforum.




  
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #17 - 12. Jan 2009 at 10:40
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Gentili utenti,

sapendo di fare cosa gradita a molti di voi, inseriamo in questo topic le interessanti argomentazioni fornite dal Maestro Marvulli sul tema "Cosa è un bel suono" in modo da rendere più ordinata e semplice la consultazione.

Invitiamo chi ha intenzione di proseguire un dialogo personale con il Maestro a utilizzare questo topic, a lui dedicato, senza dimenticarsi però dello spirito comunitario del forum e quindi del dialogo tra tutti gli utenti nelle varie sezioni.

Grazie per l'attenzione.
Lo staff.
  
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #18 - 12. Jan 2009 at 10:41
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1 - OSSERVAZIONI PRELIMINARI


il__moro ha scritto:
Quote:
Il pianoforte è per la sua estensione capace di riprodurre in altezza i suoni di un'intera orchestra, dai flauti e ottavini ai violini, violoncelli, fagotti, contrabbassi, etc... con l'aggravante non trascurabile di essere essenzialmente uno strumento a percussione.

Mi sembra un ottimo punto di partenza, senza dubbio. L’orchestra, con tutte le sue diversità timbriche, sta al compositore come la tavolozza dei colori sta al pittore. E come quest’ultimo, impastando e fondendo tinte disparate, riesce a creare sottili ed infinite sfumature, così il compositore, armonizzando tra loro timbri diversi, riesce a donare un’infinità di coloriti sonori alla sua musica. La strumentazione per orchestra è un’Arte nell’Arte; non sempre Autori anche famosi ne sono stati all’altezza. Se dovessimo assegnare un voto a Schumann come orchestratore non andrebbe oltre la sufficienza; eppure stiamo parlando di un musicista colto, preparato, sensibile. E Chopin? Compositore sorretto da una profonda conoscenza contrappuntistica, predilige quasi sempre un tessuto musicale che s’ispira chiaramente ad una visione “sinfonica”; quando, tuttavia, si cimenta con l’orchestrazione è praticamente inesistente! Liszt, al contrario, non solo è un magnifico orchestratore ma può addirittura definirsi a pieno titolo l’inventore dell’orchestra sinfonica moderna; e non solo per l’organico ampliato con l’aggiunta di strumenti (Flauto piccolo, Arpa, Corni raddoppiati, Tromboni e Percussioni), usati in precedenza solo sporadicamente, ma per il modo davvero nuovo con il quale tratta il loro uso. L’effetto che ne ottiene è sbalorditivo!

Torniamo al tema del nostro topic, non senza tralasciare alcune considerazioni in ordine alle differenze tra un’orchestra e un pianoforte. Riguardo all’orchestra osserviamo quanto segue:

1 – La diversità timbrica d’ogni strumento è distinguibile nell’armonia generale; questo consente che in uno stretto registro possano confluire diversi strumenti, di differente tipologia, senza che s’ingeneri una qualche confusione (vedi es. sotto).
2 – Gli strumenti hanno la possibilità di mantenere a lungo un suono e sono in grado di aumentarne o diminuirne il volume a piacimento.
3 – Il legato è perfettamente eseguibile; così lo staccato e il pizzicato.

Nel pianoforte, invece, osserviamo:

1 – Nessuna diversità timbrica; solo 88 tasti meccanicamente uguali; difficile, e spesso impossibile, agire con più parti nello stesso registro.
2 – Impossibilità totale di mantenere un suono, né di aumentarne o diminuirne il volume.
3 – Il pizzicato rimane un sogno, il legato una pia illusione...

A tutto questo si aggiunga lo svantaggio, di natura psicologica, per il distacco che ci separa fisicamente dalle corde. Di questo s’è già parlato e non l’ho fatto  soltanto io; credo di ricordare Mephisto (che ha scritto di una fredda tastiera),
Cristina e altri ancora (mi scuso in anticipo con coloro che dimentico di citare).

Quali possibili alternative abbiamo noi pianisti, per rendere il nostro strumento simile ad un’orchestra? Una sola: possiamo percuotere il tasto più forte o meno forte (non venite ora a dirmi che si possono creare cento, mille coloriti diversi. Lo so! Ma preferisco andare per gradi).

Eppure questo nostro strumento, solo ed esclusivamente meccanico, sul quale ogni sorta d’espressività va costruita artificialmente, ha affascinato – e ancora affascina – migliaia, milioni di compositori, dai più grandi ai più modesti! Credo che questo fenomeno, almeno all’origine, sia da ricercarsi prevalentemente in motivi di ordine pratico. Gli Autori vissuti nel secolo d’oro – il 1800, l’epoca in cui il Pianoforte raggiunse il suo massimo splendore – dalla vendita delle loro opere traevano un profitto, necessario al proprio sostentamento; quindi è facile dedurre che un’opera, concepita e realizzata per un solo esecutore, si sarebbe venduta più facilmente di un trio o quintetto scritto per strumenti diversi.

Esempio di frammento orchestrale, praticamente impossibile da eseguire sul Pianoforte:



CONTINUA
  
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #19 - 12. Jan 2009 at 10:41
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2 - PROGETTO DI PRODUZIONE

Neuhaus, nel suo libro dedicato al pianoforte, si sofferma più volte a tracciare paralleli tra questo strumento e l’orchestra. Un concetto cardine, basilare, sul quale poggia il suo insegnamento. Tuttavia, ad un certo punto, sembra entrare in contraddizione, quando afferma:

“Il pianoforte possiede una sua propria bellezza specifica, un proprio io, da non confondere con niente al mondo”.

Dunque: emancipazione totale, nessuna dipendenza dall’orchestra.
Definizione accettabile ma, mi permetto d’aggiungere, ad una condizione: che il pianista si comporti con il suo strumento così come il direttore si comporta con l’orchestra. Dirigere? E’ una cosa facilissima o difficilissima, secondo i punti di vista. Se si tratta di battere il tempo, anche un bambino ne è capace. Se, invece, si pretende - sensibili e consapevoli - di scavare fino nel fondo di una partitura, per riuscire ad evidenziarla in tutto il suo valore, beh, allora le cose cambiano; e Direttori (quelli con la D maiuscola), ahimé, ne restano ben pochi al mondo! Parliamo di questi. La loro capacità va apprezzata alle prove, durante le quali uno dei compiti più delicati consiste nel cercare e realizzare un equilibrato rapporto dinamico tra i vari settori dell’orchestra. Mi spiego in altre parole: in una partitura del periodo classico (Haydn, Mozart, Beethoven) il rigo musicale è composto da un numero variabile di pentagrammi, incolonnati uno sull’altro (da sette a tredici, a seconda dell’organico). Era uso comune all’epoca scrivere un segno dinamico (p, f, ff), riportandolo su ognuno dei pentagrammi della partitura; prendendo alla lettera quelle indicazioni (nel rispetto scrupoloso per la volontà dell’autore), il risultato non sarà eccellente. Sarà simile ad una fotografia nella quale non si è tenuto conto della “profondità di campo”: piatto! Le foto-ricordo che si facevano una volta (si faranno ancora?), alla fine di ogni anno scolastico, sono un esempio classico: tutti ammassati, per ovvi motivi di spazio, davanti ad un muro, una porta, una finestra dell’edificio. Se, invece, un professionista vuole scattare una foto “artistica” dovrà curare l’inquadratura in ogni particolare; metterà il soggetto in primo piano e, con l’uso appropriato dei diaframmi, allungherà la profondità di campo per valorizzare anche lo sfondo; questo procedimento darà all’immagine un effetto “stereoscopico”. Torniamo al nostro tema e proviamo a fare un gioco. Ipotizziamo, per un attimo, che ogni suono generato da un’orchestra, per qualche magia abbia preso forma umana, diventando personaggio, fisicamente vivo, ammucchiato insieme agli altri su un immaginario palcoscenico. Ipotizziamo anche la presenza di un buon regista al quale è demandato il compito di posizionare in modo opportuno questa massa; come pensate che agirà? La risposta è fin troppo prevedibile. Gli attori (ovvero i cantanti), che - al momento - hanno un ruolo primario, occuperanno la parte anteriore del palcoscenico; il resto (gli attori comprimari, il Coro, le comparse) starà via via più indietro, sparso in prossimità delle quinte laterali e riunito sul fondale. L’effetto scenografico sarà garantito ed indiscutibile. Nella realtà che c’interessa i suoni, purtroppo, non sono personaggi visibili ma soltanto udibili; pertanto l’unico sistema valido per differenziarli è d’intervenire sulla quantità del volume sonoro, aumentando o diminuendo lo stesso, secondo la necessità.
E’ proprio questo che, tra tante altre cose, fa un buon direttore d’orchestra.   
A raccontarla appare semplice, ma non lo è affatto. A volte bisogna vincere la resistenza dell’orchestra, specialmente nel settore dei fiati; questi, ricoprendo un ruolo solistico, sono sempre un po’ pignoli e tentano di mettere i puntini sulle i (come si usa dire), prima d’obbedire. Un esempio:
Ottorino Respighi, Le Fontane di Roma, finale del primo episodio. C’è un lungo assolo in pp del Clarinetto, sostenuto da tre trombe con sordina e archi. Durante una prova mi rivolgo al solista:
- Professore, un poco più sentito, è il motivo principale e va più marcato.
- Ma qui è scritto pp; che faccio? Lo cancello e scrivo piano?
- Non c’è bisogno, lasci pure il pp, ma sia più incisivo, più solista.
- Allora suono sempre pp, oppure cambio e scrivo mp?
Si va avanti un bel po’ con questo battibecco fino a quando, stanco, cedo:   
- Va bene, cancelli il pp e scriva mp.

Adesso qualcuno mi dirà:
- Ma questo vuol dire alterare le indicazioni dell’Autore!?
- Neanche per sogno – rispondo – è soltanto routine, è tecnica direttoriale.

Produrre un bel suono riferito all’orchestra.
Dato per scontato che i singoli strumentisti siano in grado di farlo, non si potrà mai parlare di “bel suono dell’orchestra” (in senso globale), se non s’interviene per distribuire, in modo prospettico (profondità di campo) e acconcio, la massa sonora. Esiste al giorno d’oggi un vocabolo, comprensibile per tutti, che chiarisce il concetto: “Stereofonia”. Chiunque è in grado di percepire l’enorme differenza tra un ascolto “mono” ed uno “stereo”, nel quale sembra che i suoni provengano da molte direzioni, anche lontane.

Se l’intervento correttivo è necessario riferito ad una orchestra, che possiede al suo interno una ricchezza timbrica senza limiti, diventa indispensabile riferito al Pianoforte dove, al posto di strumenti diversi, ci sono solo 88 tasti, in pratica di timbro unico.


CONTINUA
  
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