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Very Hot Topic (More than 25 Replies) Consigli di Studio di Michele Marvulli. (Read 58392 times)
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #20 - 12. Jan 2009 at 10:42
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3 - CRITERI PER LA REALIZZAZIONE

Rubinstein, dunque, affondava decisamente il braccio destro con tutto il suo peso sulla delicata melodia ciajkowskjiana, mentre le sue dita si alzavano lente per scattare veloci verso il basso a percuotere il tasto. E il braccio sinistro? E la mano sinistra? Altra storia. Sospeso il braccio; le dita, sfiorando dolci e delicate la tastiera, creavano un suono che si amalgamava in modo perfetto con quello armonioso e sussurrato sommessamente dagli archi. Dunque: due braccia e due mani che producano suoni di differente volume, tanto differente da creare l’illusione che gli strumenti che stiamo ascoltando sono due. E’ una condizione indispensabile, se si vuole ottenere la profondità di campo, la stereofonia; è il punto di partenza irrinunciabile se si vuole i progettare un’architettura sonora di quantità diverse che serviranno per dare al suono la qualità che cerchiamo. Dirò di più. Spesso la struttura di un pezzo pianistico è talmente complessa che due piani sonori non bastano a soddisfarla; quindi anche le mani, a volte anche le singole dita, sono chiamate in causa per dare il loro contributo creando le differenze sonore necessarie. Basta pensare a quello che succede in una fuga a 4 o 5 voci dal Clavicembalo di Bach, per rendersene conto. Ma procediamo con ordine, iniziando dalle cose più semplici e dividendo l’analisi sotto due titoli, in ognuno dei quali figurino le risposte alle seguenti domande:
1 – Quando intervenire?
2 – Dove intervenire?
3 – Come intervenire?

TITOLO 1° - ANALISI VERTICALE  
(Due o più suoni allineati verticalmente).

Risposte:
1 – Sempre!
2 – Dove sia evidente – per importanza tematica, armonica, espressiva - la necessaria preminenza di un suono rispetto agli altri.
3 – Con meccanismi tecnici di tipologia diversa, quali:
     a) – Uso del peso controllato in un braccio.
     b) – Uso della sospensione nell’altro.

L’esempio che segue è dedicato a quanti - fra i giovani che mi leggono - non abbiano ancora sufficiente dimestichezza con l’uso contemporaneo di tecniche diverse. Realizzare in modo progressivo il crescendo scritto alla mano destra:


Usare il proprio orecchio per controllare e memorizzare ogni cambiamento sonoro, cercando quello che, secondo voi, giudicherete giusto, ottimale. Quindi si può invertire il crescendo, spostandolo al braccio sinistro, mentre il destro farà il pp. Questo esercizio, all’apparenza banale, è basilare per capire quanto verrà dopo.

Ipotizziamo ora di dover effettuare la stessa cosa con una sola mano. Se si tratta di un bicordo il problema è abbastanza facile: far ruotare leggermente l’avambraccio verso destra, caricando del peso la parte esterna della mano, e la nota superiore suonerà più forte. Naturalmente, ruotando verso sinistra si otterrà l’effetto opposto.

Come agire se i suoni sono tre e vogliamo accentarne solo uno, come si vede nell’esempio che segue?



Forse cento e più volte avrò visto i miei ragazzi impazzire cercando, senza trovarlo, il modo di realizzare passaggi di questo tipo in brani di repertorio. Impazzivo anch’io! A me riusciva facile, forse l’avevo imparato da piccolo senza neanche farci caso (come quei bambini di cui ho parlato in un post precedente) ma come fare per insegnarlo? Infine mi riuscì di trovare un sistema ingegnoso che risultò infallibile. Ve lo svelo? D’accordo, eccolo qua:
1 – Occorre, prima di tutto, abbassare il coperchio della tastiera (l’attenzione alla ricerca del suono e il ritorno del tasto impediscono di concentrarsi come si deve sui movimenti esatti che dovranno compiere il braccio e la mano).
2 – Provare ad eseguire (sul coperchio) il primo di questi accordi, avendo cura di farlo con l’avambraccio e le dita in tensione e ripeterlo, anche più volte, fino ad acquisire la scioltezza necessaria.
3 – Eseguire l’accordo rimanendo attaccati al coperchio per qualche secondo. Quindi provare a sollevare lentamente la mano dal coperchio mentre il dito, col quale s’intende produrre l’accento, vi rimarrà saldamente incollato. Ripetere il tutto fino ad ottenere scioltezza.
4 – Quando si sarà ben sicuri di aver memorizzato esattamente la posizione di ciascun dito aprire il coperchio e provare ad eseguire l’accordo sulla tastiera; se saranno stati seguiti esattamente i passaggi dei punti 1, 2 e 3, il dito che avevate costretto a rimanere più in basso, incollato al coperchio, suonerà più forte degli altri.
5 – A questo punto ripetere l’esperimento con le altre dita; e il gioco è fatto.

La spiegazione razionale è la seguente: il dito più in basso assorbe la maggior parte della forza di caduta, togliendola alle altre dita. In verità, queste, vanno a colpire il tasto una frazione di secondo più tardi, ma il lieve arpeggiato che ne risulta è del tutto impercettibile.

N.B. Quel diavolo di Acortot a questo c’era quasi arrivato con la sua intuizione, solo che ha esposto l’idea al contrario: non è l’arpeggio ad ottenere le differenze sonore, ma è la diversa distanza dalla tastiera delle dita che provoca inevitabilmente un arpeggio!


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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #21 - 12. Jan 2009 at 10:43
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Dopo l’intermezzo chiarificatore credo sia opportuno – al fine di evitare ulteriori equivoci – cambiare la mia precedente frase:

Quote:
…il dito più in basso assorbe la maggior parte della forza di caduta, togliendola alle altre dita. In verità, queste, vanno a colpire il tasto una frazione di secondo più tardi, ma il lieve arpeggiato che ne risulta è del tutto impercettibile.


nel modo seguente:

Quote:
il dito che agisce per primo sul tasto produce un suono più rotondo e pastoso rispetto alle altre dita, che giungono una frazione di secondo più tardi; il lieve arpeggiato che ne risulta è del tutto impercettibile.

Fatto questo possiamo proseguire.

Esercitarsi con cura sul meccanismo del diverso posizionamento delle dita nelle situazioni accordali va inteso solo come un punto di partenza. Poiché il cervello è in grado di memorizzare qualsiasi cosa gli venga proposta, in seguito il fatto finirà per assumere un proprio automatismo; basterà solo individuare il suono che si decide di porre in risalto e la mano farà tutto da sola.


TITOLO 2° - ANALISI ORIZZONTALE
(Due o più suoni in successione).

Valgono le stesse risposte elencate al Titolo 1, anche se qui il discorso si fa più complesso dal punto di vista espressivo. Infatti, oltre alla preminenza di un singolo suono rispetto agli altri, è necessario creare una serie di differenze tra i suoni preminenti, al fine di rendere comprensivo e – soprattutto - espressivo il discorso musicale. E questo non lo si fa così, a caso, ma seguendo regole ben precise dettate da una sintassi musicale, molto spesso ignorata o disattesa. Una sintassi sviluppatasi nel corso di secoli, durante i quali la Musica non è mai stata considerata un’Arte “autonoma” ma asservita - solo e sempre - ad un testo. Si sa per certo (ce lo dice la Storia, anche se manchiamo di documenti cartacei) che al tempo di Sofocle, Eschilo ed Euripide, il Coro interveniva nella Tragedia cantando. Poi vennero: il canto gregoriano, i contrappuntisti, i minnesaenger e i trovieri, e si arrivò, finalmente, a Gesualdo da Venosa, Luca Marenzio e Claudio Monteverdi. Si deve proprio a questi ultimi tre l’idea di riconsiderare la Musica anche come un fenomeno “espressivo”, dopo che la scuola fiamminga, evolvendo il contrappunto ai massimi livelli, l’aveva in pratica trasformata in “scienza esatta”. Nel frattempo, testo e musica avevano progredito in stretta simbiosi; in questa, uno dei parametri basilari era la precisa corrispondenza tra gli accenti del testo e quelli musicali. Per rendere chiaro il concetto proviamo a ragionare per assurdo – come si usa fare nella geometria razionale  - e, per un attimo, immaginiamo che un autore dell’epoca, musicando le parole “che dici”, lo avesse fatto nel modo seguente:


Anche un bambino si sarebbe accorto che c’era uno sbaglio; andava scritto:

Perché? La risposta è semplice. In ogni frase, oltre agli accenti delle singole parole, ne esiste un altro (accento tonico) che corrisponde alla sillaba acme della frase (in poesia si chiama accento metrico e cade sulla penultima sillaba del verso, in genere). Nell’esempio riportato è evidente che l’accento tonico cade sulla sillaba centrale di e dovrà dunque combaciare con un tempo forte della misura; ma questo non può essere che il primo – ce l’insegna la Teoria musicale – e non il secondo, come erroneamente scritto dal nostro ipotetico autore. A voler andare per il sottile, sarebbe stato meglio cambiare l’ultimo suono, sostituendolo con uno che andasse verso l’alto, magari così:

Questo per sottolineare la presenza del punto interrogativo che, nella lingua parlata, si evidenzia appunto con un’inflessione del tono di voce verso l’alto.

Ma la simbiosi testo-musica non si limitava ad una coordinazione di accenti. Di regole per comporre e interpretare ce n’erano centinaia; furono raccolte in un volume dal titolo “Teoria degli affetti” (la parola affetti stava per espressioni). Molte di quelle regole possono considerarsi ancora valide ai giorni nostri.
La rivalutazione, ideata e messa in opera dai monteverdiani, aveva portato il connubio testo-musica ad una valenza espressiva di grande e rara efficacia. Ben presto qualcuno pensò che questa valenza bastasse per dare alla Musica una sua autonomia. Che bisogno c’era di ascoltare anche parole? E fu così che nel 1500 nacque - era la prima volta - la musica strumentale. Saranno passati circa 500 anni da quel tempo, chi se ne ricorda più? Eppure varrebbe la pena, ogni tanto, di rammentarsene. In verità, alcuni musicologi preferiscono non tenere conto dell’antica coesistenza, considerando la musica strumentale come Arte a se stante, autosufficiente. Così facendo, però, si cancella una parentela accertata storicamente, si nega che Poesia e Musica hanno lo stesso DNA.

Scommetto che adesso qualcuno dirà:
- Ma che c’entra tutto questo con il bel suono?
- C’entra, c’entra. Ve ne accorgerete alla prossima puntata.

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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #22 - 12. Jan 2009 at 10:44
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Se parliamo la nostra lingua correttamente, chi ci ascolta potrà percepirne anche la punteggiatura. Come mai? E’ semplice: la deduce dalla nostra voce che, in chiusura di periodo, scende sempre di tono verso il basso. E’ una regola fissa, che si apprende istintivamente già da bambini, senza neanche farci caso. Oggi, purtroppo, è incredibilmente disattesa, specialmente da parte di coloro che dovrebbero rispettarla più di ogni altro: gli annunciatori televisivi. Infatti, qualcuno di essi (subito imitato), forse nel tentativo di dare calore al discorso evitando la freddezza di una lettura, ha introdotto l’opzione di pronunciare in maniera separata le ultime parole di un periodo; così avrebbero acquistato più forza. Per realizzare questo ha dovuto anticipare la discesa del tono di voce.
L’esito – potete verificarlo da soli - appare lampante nel seguente esempio. Una ipotetica notizia di cronaca, come questa:

“Ieri, a Rucola, si è svolto il congresso nazionale degli esportatori di cavolfiori. Molti i partecipanti. Alla manifestazione è intervenuto anche il Sindaco!”

letta dal nostro annunciatore, si ascolterà così:

“Ieri, a Rucola, si è svolto il congresso nazionale degli esportatori di cavolfiori. Molti i partecipanti. Alla manifestazione è intervenuto! Anche! Il Sindaco!”

Terribile! Inascoltabile! Richiama alla mente la guida dei neo-patentati i quali, dovendo arrestarsi, riescono a farlo dopo due o tre tentativi… Meno male che esistono ancora gli attori di teatro; sentirli parlare correttamente l’italiano è un’autentica gioia, un sollievo per le orecchie!

Ancora una considerazione: questo meccanismo della discesa di tono non è un fatto presente solo nella lingua italiana. Personalmente, oltre alla mia lingua, parlo francese e tedesco, ho studiato a fondo l’inglese, capisco lo spagnolo e il portoghese, biascico qualche parola di russo e sono stato a contatto con lingue dell’Europa orientale; ebbene, vi posso assicurare che lo stesso meccanismo è ugualmente in uso anche in tutti questi idiomi.

Il periodo musicale ricalca esattamente le orme del linguaggio parlato, perciò andrebbe soggetto alle stesse regole. Qui, tuttavia, non è possibile intervenire sulla discesa di tono; i suoni sono quelli scritti dall’autore e non si toccano! Si aggiunga a questo che, nel suo percorso orizzontale, anche la più semplice tra le melodie non procede mai in linea retta. Al suo interno è facile scorgere lievi increspature, un susseguirsi di compressioni e distensioni; la sinuosità che ne deriva va considerata come un fattore irrinunciabile ai fini dell’espressività.

Come evidenziare queste microscopiche increspature? C’è solo un mezzo (non mi stancherò mai di ripeterlo): modificare la quantità di volume sonoro.
Domanda: Quando si deve intervenire?
Risposta: In presenza di tutti quegli elementi del tessuto musicale che devono assolutamente essere posti in risalto, se si vuole riuscire a realizzare quella condizione tridimensionale, quella profondità di campo, la stereofonia.
E qui mi tocca farne una lista, almeno di quelli più essenziali, dividendola in due settori: orizzontali e verticali.

ELEMENTI ORIZZONTALI:

1 - Accenti ritmici (movimenti iniziali della misura)
2 - Accenti tonici (relativi al fraseggio)
3 - Suoni sui quali figura un’articolazione (accento, trattino, puntino)
4 - Suoni accompagnati da un’espressione (sforzato, forte-piano)
5 - Appoggiature con risoluzione
6 - Ritardi con risoluzione
7 - Alterazioni provvisorie (diesis, bemolle, ecc. C’è una modulazione!)
8 - Qualsiasi altro segno apposto dall’autore.

ELEMENTI VERTICALI

1 - La nota superiore (se non ci sono elementi secondari da porre in risalto)
2 - Situazioni armoniche dissonanti (settime, none, ecc.)
3 - Situazioni accordali di quarta e sesta
4 - Alterazioni provvisorie nelle parti interne o al basso (modulazione!)
5 - Accordi sui quali figura un’articolazione (accento, trattino, puntino)
6 - Accordi accompagnati da un’espressione (sforzato, forte-piano)
7 - Qualsiasi altro segno apposto dall’autore.

Se oggi siamo in grado d’ammirare una costruzione di grande valore artistico, lo dobbiamo non solo al genio dell’architetto che l’ha ideata, ma anche a tutti quegli umili e capaci operai, che hanno saputo allineare così bene i mattoni!

Gli elementi che ho elencato sono i nostri mattoni. Purtroppo, non abbiamo gli operai per metterli in ordine; dovremo farlo noi stessi! E’ l’unica alternativa, se si vuole almeno tentare di far lievitare un mestiere artigianale, come il nostro, per farlo giungere al livello di ARTE!

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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #23 - 12. Jan 2009 at 10:44
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Affinché tutti gli elementi sopra elencati risultino in evidenza, bisogna dar loro un’accentuazione espressiva. Questa può essere realizzata in due modi:
1 – Accentuazione diretta: si aumenta il volume sonoro.
2 – Accentuazione indiretta: l’ascoltatore percepisce un’inflessione espressiva, pur avendo noi mantenuto inalterato il volume sonoro. Com’è possibile ciò? E’ un fenomeno che non esiterei a chiamare indotto; derivato, cioè, da quanto è in uso nella lingua parlata. Dal canto mio, l’ho incluso insieme ad altri in una lista che mi è sempre piaciuto definire “Le suggestioni d’ascolto
”.

Stonata in si minore ha scritto in un altro topic:
Quote:
Sul clavicembalo in genere bisogna fraseggiare e legare la nota tetica a quella successiva per aumentarne la durata in modo che il nostro cervello la percepisca più forte e quindi in battere.

Acortot ha scritto:
Quote:
Molte cose si possono fare con l'elasticità ritmica.. 
                                                           

Giustissimo! Le due citazioni (più precisa quella di Stonata in si minore, più generica quella di Acortot) credo possano ben riferirsi allo stesso fenomeno.

Per capirlo è necessario tornare al linguaggio parlato, non dimenticando che il connubio “parola e musica” ha progredito insieme per secoli. Come ho scritto in precedenza, un linguaggio (e tutte le sue sfumature) si apprende già da bambini, per imitazione e senza conoscerne le regole. Poi, a scuola, queste ci saranno spiegate; e apprenderemo, tra l’altro, che ciascuna parola ha un suo accento, acuto o grave che sia. Ma è poi vero tutto ciò? O meglio: l’inflessione che ci permette di distinguere, per esempio, la parola ancora da àncora, si può considerare un vero e proprio accento oppure no? Io dico di no.  E’ soltanto un impercettibile aumento di durata, come era già nella lingua latina nella quale c’erano vocali lunghe e vocali brevi; questo hanno intuito Sonata in si minore ed Acortot nelle citazioni che ho riportato. In effetti, quando pronunciamo i due vocaboli sopra citati, noi diciamo istintivamente aa-ncora e annc-ora (non sono errori di battuta, è la trascrizione fonetica del nostro linguaggio parlato). Come mai, allora, da un allungamento di durata riceviamo una sensazione d’accento (di maggiore sonorità, quindi)? Seguitemi con un po’ di pazienza:
L’accento è una diversificazione. Anche l’allungamento lo è. Avete mai notato quante diversificazioni siamo costretti ad effettuare nella vita pratica, quella di tutti i giorni? Ve ne cito alcune, a caso:

1 – Prendere fiato, prima di parlare.
2 – Spiccare un salto.
3 – Salire o scendere dai marciapiedi.
4 – Scansare una pozzanghera.
5 – Sospirare.
6 – Lanciare un sasso.

Potrei continuare a lungo ma mi fermo qui. Orbene, tutte le attività elencate (e le altre che ho omesso) hanno in comune un particolare: per produrle occorre una preparazione e questa comporta un tempo, magari microscopico, tuttavia reale. Il precedente e il conseguente (preparazione e accentuazione) sono in così stretta relazione tra loro da divenire inseparabili Costituiscono, in pratica, un fatto unitario, inscindibile; al punto tale che - torniamo alla musica - basta appena aumentare il valore di un suono (preparazione) perchè il successivo venga automaticamente percepito diverso (accentuato) dal nostro cervello. Ecco, dunque, cosa intendevo dire quando parlavo di “suggestione d’ascolto”. Ma c’è anche di più: quest’automatismo tra i due elementi, da noi recepiti per suggestione d’ascolto, in certi casi torna molto utile. Infatti, se realizziamo solo una preparazione e niente altro, otterremo in cambio un’inflessione espressiva profonda ed efficace, senza essere costretti a brutalizzare il suono successivo appioppandogli un vero e proprio accento; a tutto vantaggio di un bel suono. Quanto scrivo non è frutto di sterili elucubrazioni, ma il risultato di esperienze didattiche ripetute centinaia di volte. Spesso, infatti, nel corso di una lezione dedicata al problema del suono, sedevo al pianoforte e richiamavo qualcuno dei miei ragazzi ad ascoltare con attenzione, mentre eseguivo una breve e semplice melodia. Quindi gli chiedevo se avesse notato qualche differenza di sonorità nella mia esecuzione ed egli mi rispondeva, sicuro:
- Si, maestro. Il sol diesis era più forte, quasi accentato.
Niente di più falso! Mi ero limitato solo ad allungare impercettibilmente il suono precedente a quel menzionato sol diesis

Come lo chiamereste voi questo miraggio se non suggestione d’ascolto?


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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #24 - 12. Jan 2009 at 10:45
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Adesso, con un breve esempio, proviamo a mettere in pratica tutto quanto ho scritto in precedenza, analizzando le prime misure del Preludio n°4 dall’opera 28 di F. Chopin; un  brano, in verità, considerato facile (sic!).
Credo sia abbastanza evidente per tutti osservare che la parte affidata alla mano destra, presa separatamente, appare come una semplice melodia, priva d’ogni significato; anzi, si può definire addirittura banale. Sostenuta opportunamente dal contesto armonico che figura alla sola mano sinistra, invece, s’illumina e s’effonde in tutta la sua incomparabile bellezza; è un canto triste, struggente, che arriva a momenti di disperazione totale, per finire nel nulla, quasi ultimo sospiro di morte! E questo succede soltanto in poche misure.
Tutto il gioco, quindi, tutta la linfa vitale del brano scaturisce da una complessa serie di accentuazioni presenti nel procedimento armonico della mano sinistra. Osserviamolo insieme, da vicino. Per mettere bene a fuoco ogni particolare del disegno è preferibile schematizzarlo, riscrivendolo nel modo seguente:


1 - I numeri 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 e 8 indicano un inizio d’appoggiatura.
2 - Le legature di portamento collegano ogni appoggiatura alla sua risoluzione.
3 - In ognuno di questi casi è d’obbligo una dissolvenza di volume; così:
Ma questa non è che una parte; nel frammento citato esistono ancora altri particolari non meno importanti, che vanno sommati a quelli già analizzati:

     
I numeri racchiusi in un circoletto evidenziano l’esistenza d’altre situazioni che necessitano d’essere sottolineate ed accentate espressivamente:

1 – Ai numeri 12 e 14: presenza dissonanze!
2 – Al numero 13: alterazione provvisoria = modulazione!

Ma se ciò è vero – e indubbiamente lo è – ai punti 12, 13 e 14 ci troveremo in gran difficoltà: il calo di volume, obbligatorio per la risoluzione d’appoggiatura, coincide con l’accento espressivo necessario alla dissonanza o la modulazione. Come fare a crescere e diminuire in contemporanea? Niente paura! Quella che chiamo scherzosamente la suggestione d’ascolto ci verrà incontro, per nostra fortuna. Infatti, adopreremo il calo di volume per la risoluzione d’appoggiatura e l’allungamento temporale per la dissonanza e la modulazione. Così:

(N.B. Il segno V indica il punto dell’allungamento temporale).

Credete risolto ogni problema? Neanche per sogno! L’uso delle forcelle, infatti, produrrà un affievolirsi progressivo del suono, fino al suo totale spegnimento, se non vi apportiamo alcun correttivo. In altre parole, è indispensabile trovare dei punti neutri nei quali riprendere quota, aumentando gradatamente (e quasi impercettibilmente) il volume sonoro; i migliori sembrano, a mio parere, quelli che precedono un’accentuazione o un allungamento temporale. La scrittura in quartine di ottavi ci viene in aiuto e il risultato potrebbe essere - grosso modo - così:

Naturalmente, per rendere ben visibili questi segni dinamici mi vedo costretto a scriverli in grande; in realtà la loro quantità va intesa come differenza quasi microscopica, tanto microscopica che solo l’esecutore dovrà essere in grado di rilevarla. E chi ascolta? I professionisti esperti capiranno subito di che si tratta, i meno esperti si limiteranno ad osservare: “C’è qualcosa di magico in questo suono, non riesco a capire cosa sia, comunque è molto bello”.

A questo punto mi aspetto la domanda:
- Come diavolo si fa a realizzare un crescendo e un diminuendo nello stesso momento e, soprattutto, con una sola mano?
Risposta:
- L’indipendenza delle dita – che vedo sbandierata a destra e a manca con gran disinvoltura – cosa credete che sia? Solamente la capaci tà di alzare un dito, mentre un altro si abbassa? Questo credete? Troppo facile! Indipendenza delle dita, per me, ha un significato assoluto: poter fare qualsiasi cosa, anche usando meccanismi diversi, nello stesso momento. Come? Ve lo dico la prossima volta.

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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #25 - 24. Mar 2009 at 22:27
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Maestro, a proposito del suonare piano (piano, piano, piano e ancora piano....).

Ho capito: le dita vanno tenute rigide come se fossero un prolungamento del braccio.
Però non capisco come si usano i polsi... Vanno tenuti rigidi anche loro e quindi non devono interferire nel movimento o devono fare movimenti propedeutici per aiutare il tutto? In che modo?

Sto sempre cercando di combinare qualcosa di buono con il preludio di Debussy (Delphes).  Undecided
  

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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #26 - 24. Mar 2009 at 23:18
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volodya wrote on 24. Mar 2009 at 22:27:
Maestro, a proposito del suonare piano (piano, piano, piano e ancora piano....).

Ho capito: le dita vanno tenute rigide come se fossero un prolungamento del braccio.
Però non capisco come si usano i polsi... Vanno tenuti rigidi anche loro e quindi non devono interferire nel movimento o devono fare movimenti propedeutici per aiutare il tutto? In che modo?

Sto sempre cercando di combinare qualcosa di buono con il preludio di Debussy (Delphes).  Undecided
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Attenzione a parlare di rigidità, vocabolo che presuppone uno sforzo del muscolo. Io direi "tensione", "resistenza", quel tanto che basti perchè non sia il tasto a spingere su il dito, invece del contrario. Se, come giustamente dici, il dito va considerato come prolungamento del braccio, il polso non può sottrarsi a fare de ponte tra i due elementi, rimanendo, quindi, anch'esso in tensione.
Sono stato chiaro?
Spero proprio di si.
Un caro saluto.

  
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Reply #27 - 25. Mar 2009 at 12:05
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Ricevuto, grazie Maestro.

Mi era venuto il dubbio guardando il video di Michelangeli che lo esegue (cavolo quant'è bello...) in cui mi sembra che faccia dei movimenti con il polso (si vede bene verso l'inizio del primo minuto).

Ecco il video: http://www.youtube.com/watch?v=GFrsOfSBkOc
  

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Reply #28 - 07. Aug 2010 at 08:54
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Volodya!
Il tuo intervento nel topic intestato a mio nome mi ha offerto l'occasione di riscoprire quello che da tempo cercavo senza riuscire a trovare: questi miei "Consigli di Studio".

Grazie, grazie di cuore, mio carissimo.
Grazie anche a Werck al quale aggiungo che guardo sempre il Forum, amche se non intervengo e apprezzo comunque tutto quello che dite d'interessante...
Quasi quasi mi fate venire nostalgia... Ma, a proposito, Pepe dov'è? Come faccio a litigarci se non la vedo?
...e quel fantasma di Rapsodia?...
  
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Reply #29 - 07. Aug 2010 at 11:50
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Non so dove siano, ma ho la sensazione che si farebbero sentire non appena si tornerà a scrivere in questa ed altre pagine incompiute!

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Reply #30 - 09. Aug 2010 at 15:36
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Michele Marvulli wrote on 07. Aug 2010 at 08:54:
Volodya!
Il tuo intervento nel topic intestato a mio nome mi ha offerto l'occasione di riscoprire quello che da tempo cercavo senza riuscire a trovare: questi miei "Consigli di Studio".

Grazie, grazie di cuore, mio carissimo.
Grazie anche a Werck al quale aggiungo che guardo sempre il Forum, amche se non intervengo e apprezzo comunque tutto quello che dite d'interessante...
Quasi quasi mi fate venire nostalgia... Ma, a proposito, Pepe dov'è? Come faccio a litigarci se non la vedo?
...e quel fantasma di Rapsodia?...


Bè, Pepe non saprei...
Ma Rapsodia era presente al mio concerto ad Amalfi. Ci credete, vero? Wink

1 abbraccio!
  

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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #31 - 09. Aug 2010 at 16:19
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Caro M° Marvulli (ma veramente caro,.....si, si lo so..... sono scomparso ma vi penso spesso)  continuate a scopiazzarmi (del voi affettuoso), date i miei consigli studio spacciandoli per i Vostri, Maestro!!!!.Mi sa che quella dedica continua ad avere il suo valore.
Un grande abbraccio da Morcone, o da Porcone come diceva il "Grande Vecchio" S.Fiorentino . salvatore
  

Non bisogna mai aver paura di rompere le regole, se è il nostro cuore a chiederlo.&&Giovanni Allevi&&
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Rapsodia
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #32 - 09. Aug 2010 at 21:00
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Michele Marvulli wrote on 07. Aug 2010 at 08:54:
...e quel fantasma di Rapsodia?...



Mio caro Maestrissimo Marvulli, ho appena visto i vostri video di Gubbio 2010 su youtube e direi che sono davvero collocabili anche nei consigli di studio, se vi andasse. Voi siete un enorme musicista. Ma questo non sarà nuovo. Naturalmente io per quanto fantasma devo dire di restare sempre e comunque in attesa di un vostro ritorno alla scrittura -e non solo alla lettura- in forum (che tanto quella della lettura è una pratica solitaria, di cui solo voi potete sapere) ma direi che sarebbe un onore poter seguitare a beneficiare dei vostri consigli di studio.
Abbracci e complimenti immensi.


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Per Nicorm: TU NON AVVISI DEI TUOI CONCERTI!!!
  
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Michele Marvulli
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #33 - 10. Aug 2010 at 09:26
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salvatore orlando wrote on 09. Aug 2010 at 16:19:
Caro M° Marvulli (ma veramente caro,.....si, si lo so..... sono scomparso ma vi penso spesso)  continuate a scopiazzarmi (del voi affettuoso), date i miei consigli studio spacciandoli per i Vostri, Maestro!!!!.Mi sa che quella dedica continua ad avere il suo valore.
Un grande abbraccio da Morcone, o da Porcone come diceva il "Grande Vecchio" S.Fiorentino . salvatore

Mammasantissima!!!
Ecco che rispuntano tutti: giovani, meno giovani e medio-vecchi (i "Grandi Vecchi" sono ormai quasi tutti estinti, tranne il sottoscritto che continua a far danni!...)-
Mio caro "medio-vecchio", non ho capito un accidente! Stile telegrafico, vabbè (come usa dire Rapso) ma dovrebbe esserci un limite...io i sottintesi non li afferro.
La dedica, lo spaccio di tuoi consigli di studio...e bla bla bla...
Salvatore, Vi invito a a chiarire immantinente...pena declassazione al Lei.
Baci (affettuosi e sinceri, come sempre).
Michele Marvulli
  
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nicorm
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #34 - 13. Aug 2010 at 08:28
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Quote:
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Per Nicorm: TU NON AVVISI DEI TUOI CONCERTI!!!



Che cosa dici!!!!!
Ma sei stata la prima a confermare al mio invito su FB!!!

Bah...

Allora... Sonata di Liszt per Gennaio/Febbraio, bicentenario...

Intelligenti pauca  Cheesy
  

Gli scacchi, come l'amore e la musica, hanno il potere di rendere gli uomini felici. (S. Tarrasch)
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #35 - 16. Oct 2011 at 15:30
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ed ecco anche ritrovato il topic con i consigli di studio del Maestro Marvulli ... e chi diceva che non c'era più?  Angry Ragazzi, dico soprattutto ai nuovi, approfittatene è gratis  Cheesy Mi permetto di scherzare con il Maestro, lui sa che dietro il mio scherzare c'è una profonda stima per una persona che ha dato tanto e ha voluto dire tanto per la storia pianistica italiana. Si signori, qui si parla di storia. Mi rivolgo soprattutto ai più giovani ma anche agli adulti appassionati: qui dentro ci sono tante belle cose da leggere!
  
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ivanricciardi
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #36 - 08. Nov 2011 at 15:25
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Non mi ero accorto di questo topic e l'ho appena letto, tutto d'un fiato. Veramente spettacolare!!! Attendo impaziente le prossime puntate  Cheesy
  

"Non studiare soltanto "meccanicamente". Sovente la difficoltà non risiede nelle note, ma nel colore del suono o nel dinamismo ... Tutto è possibile sul pianoforte, persino ciò che a prima vista pare impossibile. Basta lavorare con intelligenza." (Ferruccio Busoni)
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Roberto Pipitone
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #37 - 08. Nov 2011 at 16:24
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ivanricciardi wrote on 08. Nov 2011 at 15:25:
Non mi ero accorto di questo topic

Cavolo!! nemmeno io. Ma è favoloso, grazie Maestro (il Lei qui è d'obbligo!!)

Quote:
e l'ho appena letto, tutto d'un fiato....D

Coooosa? e l'hai digerito?? dai dai..
Io me lo leggerò a piccolissime dosi, e ne avrò per un pezzo. E poi, l'arguzia di Marvulli.. Cheesy
  
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Cassiopea
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #38 - 08. Nov 2011 at 17:23
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Bello bello bello!
Mi trovo confermate e spiegate cose che avevo intuito a livello solo istintivo, il che per me ha un valore enorme...

Ci sono altri topic del M° Marvulli sepolti nei meandri del forum? Anch'io li voglio leggere Embarrassed
  
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ArieeL
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Re: Consigli di Studio di Michele Marvulli.
Reply #39 - 11. Nov 2011 at 10:52
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si possono ancora fare le domande al maestro Marvulli? io avrei da chiedere una cosuccia che ultimamente mi sta tormentando :(
  
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