Hot Topic (More than 10 Replies) Intervista a CARLO GRANTE (Read 27339 times)
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Intervista a CARLO GRANTE
11. Jun 2009 at 21:05
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Maestro Grante, io non sono una giornalista, e dato che è da poco uscito un libro "Roberto Piana incontra Carlo Grante" ... essendo Piana un caro amico e persona che stimo moltissimo non voglio certamente dare l'impressione di "rubare il mestiere" a nessuno... anche perchè non saprei proprio farlo Smiley
Però Pianoforum si merita la collaborazione e l'affetto di pianisti come lei, che hanno tanto da dire, e da dare ... quindi, in attesa di qualche persona competente in materia che voglia aiutare il forum anche in questo senso, si dovrà accontentare di me ed eccomi qui a proporle qualche domanda per conoscerla meglio, ma soprattutto per dare spunti di riflessione e discussione per tutta la nostra community!

Un forum, tra le varie cose, è anche un mezzo culturale, quindi veniamo a noi!
p.s. a proposito, lei conosce Pianoforum?


D’accordo! Grazie per l’invito a tenere un’intervista.
Conosco poco questo forum, mi sono appena iscritto. Ho notato che pochissimi usano il loro nome e cognome, perché?

La prima domanda è su uno degli autori che lei conosce molto bene: Godowsky.
Non conosco ovviamente tutto il repertorio, ma l'impressione che ne ho, in genere, è di una complicazione pazzesca. Non amo le complicazioni, quindi faccio molta fatica a capire un compositore che sente il desiderio di rendere tutto così tremendamente difficile, tanto quasi da perdere di vista la semplicità di alcune melodie, vedi il Cigno, o il Pipistrello e via dicendo.
Cosa l'attrae in questo compositore, e può aiutarci(mi) a inquadrarlo meglio?
Per esempio perchè si deve sentire l'esigenza di incastrare tre studi di Chopin?

Possiamo cominciare col dire che il pianoforte, per la sua natura sonora e per la visione di una topografia intervallare che la tastiera offre, si presta a sperimentazioni linguistiche e strumentali ardite. Alcune cose nascono (per dirla con Stravinskij) “dalla mano”. Altre dalla volontà di saturare lo spazio sonoro; da quest’ultima metonimia e dalla sinergia fisico-linguistica in cui indulge il pianista-compositore, unitamente ad una passione per il contrappunto imitativo bachiano, nasce la “trascrizione creativa” di Godowsky, più convincente in alcuni casi che in altri, ovviamente. Nel corso di una registrazione integrale delle sue composizioni e trascrizioni, sono costretto a lavorare molto su cose che trovo meno interessanti di altre, ma ugualmente esigenti. Bisognerebbe, secondo me, suonare Godowsky tenendo sempre a mente questa necessità di saturare il tessuto sonoro con una implosione di elementi contrappuntici e imitativi, quasi voler elevare al cubo la composizione pre-esistente che è stata elaborata. Non per sostituire l’elaborazione ad essa, ovviamente, né era questo l’intento di Godowsky. Combinare tre studi in uno...un gioco in stile, forse? Anche questo è riconducibile a quel fiamminghismo che pervade le tecniche fugali, che richiedono raffinate abilità nel sovrapporre soggetti e controsoggetti, realizzare stretti, etc. Più che una complicazione, trovo questo desiderio artigianale di lavorare con la materia musicale alla base delle realizzazioni di Godowsky.
  
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Re: Intervista a CARLO GRANTE
Reply #1 - 11. Jun 2009 at 21:05
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Fra i suoi interessi non possiamo non nominare Sorabji, e data la sua collaborazione con diversi compositori contemporanei, cito Roman Vlad, Isabel Mundry, Michael Finnissy, Paolo Troncon possiamo dire che si sente più in sintonia con la nostra epoca che le epoche passate?

In verità non dedico poco alla musica contemporanea quanto vorrei. Con Isabel Mundry ho collaborato brevemente per l’esecuzione del suo concerto per pianoforte e orchestra con la Staatskapelle Dresden, con Paolo Troncon all’esecuzione e registrazione dei suoi Preludi e Fughe e con Roman Vlad da anni collaboro all’esecuzione e registrazione di tutte le sue opere pianistiche, in particolare quelle recenti, quali Opus Triplex e il Concerto Italiano (a me dedicate), quest’ultimo da eseguire con orchestra a fine ottobre a Lecce in prima mondiale. Altri compositori di oggi di cui suono le musiche a me dedicate saranno presenti nelle mie imminenti uscite discografiche (Flynn, Finnissy). Non mi sento necessariamente più in sintonia con la nostra epoca, il grande repertorio per nostra fortuna è certamente legato a contingenze storiche, allo Zeitgeist del suo tempo, ma veleggia in alto, non conosce epoche e culture, il termine “immortale” è del tutto appropriato, non è retorico.
Sorabji lo considero un caso a parte, meno controverso di quanto o si possa immaginare. Si potrebbe aprire una discussione solo su questo compositore, con l’ausilio di files multimediali. Lo facciamo?


Leggo nel suo curriculum che lei preferisce l'incisione discografica al concerto.
Se l'informazione è vera, posso chiederle come mai?
Può esserci la stessa magia in sala di incisione? Cambia qualcosa in lei quando sale sul palco, di fronte al pubblico?


Al contrario, preferisco sicuramente tenere concerti, questo mi gratifica molto più delle registrazioni. La magia può esserci o meno in qualsiasi circostanza, secondo me, in studio, in sala da concerto, in privato. Però ritengo utile e necessario dedicarsi alla propria attività discografica e in questo periodo mi sto concentrando su questo, per via di ritardi di uscite e produzioni che mi hanno lasciato un po’ indietro nella tabella di marcia, anche a causa di recenti programmi da concerto con repertorio piuttosto ampio ed impegnativo che ha lasciato poco spazio alla preparazione delle registrazioni. Non posso dire come mi senta ogni volta che suono in pubblico, perché ogni esibizione è un’esperienza nuova, legata a contingenze variabili e imprevedibili: repertorio, sala, strumento, luci, condizioni logistiche, etc. Sono cose che si conoscono solo a seguito di una ripetuta esperienza sul campo. La mia più recente esibizione, ad esempio, era in parte un’esperienza nuova: nella Sala Kachaturian di Yerevan, con la Filarmonica Armena diretta da Eduard Topchian, suonavo nella prima parte il Doppio di Mozart (la prima volta in pubblico per me) e nella seconda il 5° di Beethoven, in un concerto dedicato ai Classici Viennesi. La mia partner in Mozart era la giovanissima ma già fenomenale Nareh Arghamanyan, che in questa occasione era presentata alla sua nazione in diretta tv. In me conviveva la responsabilità di far bene il mio lavoro nei due concerti ma soprattutto di ottimizzare la prestazione in cui questa artista era coinvolta, anche per via di un periodo breve ma intenso di preparazione (e...tortura) in cui lei con ammirevole umiltà e voglia di imparare si era sottoposta e affidata e che si aggiungeva al mio carico di responsabilità. L’esito felice della nostra prestazione, il suo successo personale presso il suo paese mi ha entusiasmato enormemente dopo, ma confesso di essermi sentito oberato di responsabilità prima. Non dimenticherò quella frase sussurratami della ragazza, pochi secondi prima di entrare in scena, con le telecamere addosso: “ci divertiremo”. E sappiamo bene quali insidie presenti il Doppio di Mozart.
  
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Re: Intervista a CARLO GRANTE
Reply #2 - 11. Jun 2009 at 21:06
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Come vive il recital? Ci sono pianisti incredibilmente bravi che soffrono moltissimo prima di suonare, altri che suonano senza paura e riescono anche a divertirsi.

Secondo me la consapevolezza è una matrice importante dello stato emotivo legato all’esecuzione pubblica. Solo l’esperienza diretta (o indiretta, se ci fidiamo dei resoconti veritieri) ci fa capire se ciò in cui si è investito nella delicata fase educativa e formativa, oltre che della preparazione dell’esecuzione particolare, paghi come e dove desideriamo. La psicologia applicata non ha dato alcun contributo apprezzabile per l’ottimizzazione dell’efficacia dello studio dell’esecutore, data la specificità della materia, di cui possono considerarsi esperti solo quelli che la esperiscono ed applicano a tutto tondo e nelle svariate situazioni professionali. In più, la musica richiede competenze, non solo conoscenze, quindi vere e proprie attitudini innate e indotte attraverso formazione ed addrestamento continuo e professionale e altamente specializzato. Quando parlo con un esecutore di livello e si discutono problematiche legate all’esecuzione di questo o quel pezzo, questi non tamburella sul tavolo il passaggio particolare (ad esempio): piuttosto, lo “illustra” come lo ha interiorizzato, come lo ha collocato nella sua mappatura mentale. Tale mappatura è però condizionata dalle competenze prettamente musicali (orecchio interno, lucidità di analisi estemporanea, etc.) che si devono sviluppare prestissimo ed aggiornare continuamente. Se proviamo a suonare qualsiasi passaggio con qualsiasi diteggiatura (anche ad un tempo più lento) oppure invertendo la posizione delle mani, o suonando una e cantando l’altra (ove possibile), per citare solo pochi esempi, possiamo avere una verifica della nostra conoscenza della musica che suoniamo e scoprire dove questa è invece schiava di rituali cinetici, quindi sensorialmente ed intellettivamente limitata; se la conoscenza è più un’abitudine fisica, è consequenziale quello stato di imponderabilità in cui molti si sentono: non essere certi dell’esito della propria prestazione, relegata alla reiterazione di rituali motori piuttosto che gestita con passione ed intelletto. Non parlo di mera tenuta mnemonica, problema cui nessuno può sottrarsi mai del tutto, o pulizia tecnica, cui si può pervenire con una serie di mere strategie pratiche (come tali non da incoraggiare), ma di quella piacevole sicurezza che fa desiderare di salire sul palco, con o senza tremore di mani, con la voglia di offrire la propria arte perché è, appunto, “propria.” Se non c’è questo, suonare diventa uno sforzo. Anche una prepazione tecnica troppo inerziale, che rinforzi solo rituali cinetici e che costringa ad aggiornare questi sino ad un minuto prima dell’esecuzione, può portare a vivere questa come cosa “altra da me”, uno sforzo sottoposto ad imprevedibilità, piuttosto che un desiderabile impegno che ci conduce ad altissime soddisfazioni e gratifiche.
Vari anni or sono frequentai un importante corso a New York, Performance Anxiety Workshop, che analizzava le varie cause del panico da palcoscenico. Molto utile. In America la Gestal Therapy, la PNL, sono ormai quasi datate, da noi usate, tardivamente, più nella persuasione che nell’ottimizzazione delle proprie risorse; ma niente può sostituirsi a come il pianista istruisce (e co-struisce) “professionalmente” la sua mente. Credo fermamente che il cosidetto panico da palcoscenico dipenda in primis da come ci si prepara, oltre che da ciò che resta ancorato nelle esperienze passate, dalla cristallizzazione dell’esperienza esecutiva e anche da come ci si relaziona col mondo. Nel primo caso, chi non ha una seria guida professionale può commettere l’errore di prepararsi con eccessiva inconsapevolezza, dando la precedenza, come dicevo prima, ad un tipo di fisicità e preparazione tecnica “autonoma”, che fa sentire il soggetto privo di autodeterminazione, senza molto controllo su di un meccanismo che considera un “congegno”, piuttosto che la messa in atto delle proprie intenzioni. E’ importante “allenare” anche la propria partecipazione, il giusto investimento espressivo, la “recita” genuina ed autentica in fase di studio che porta a voler letteralmente esibire la propria personalità con gioia ed eccitazione. Per quanto riguarda il rapporto con il pubblico e come questo ci condiziona, forse lo si considera troppo un simbolo del rapporto uomo-società e come questo viene condizionato dalla propria famiglia, spesso incline a condizionare la psicologia relazionale del giovane in direzione di quei conflitti sociali che nella nostra cultura sono ancora atavismi onnipresenti. Se il giovane artista non impara subito a vivere il rapporto con il pubblico con senso di responsabilità, piuttosto che paura, e come un evento di crescita e condivisione collettiva, più che di conflitto e sfida, la tensione da palcoscenico potrà nel tempo solo peggiorare e infine stroncare l’attività concertistica. Abbiamo una casistica schiacciante di situazioni del genere, lo sappiamo bene.
  
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Re: Intervista a CARLO GRANTE
Reply #3 - 11. Jun 2009 at 21:07
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Cos'è il virtuosismo?


Possiamo dire che il virtuosismo strumentale come tale, nella sua genesi e nell’idea dello spettatore, è anche in parte legato ad un’epoca, ad una cultura e le sue simbologie. Il virtuosimo della stagione parigina romantica è anche affetto da quell’atletismo a volte un po’ sterile del Biedermayer, ma sicuramente più pregno di emozione e pregio compositivo (vedi Chopin, Liszt, Alkan, etc.); quello dei grandi concerti russi del ‘900 è certamente più eroico, riecheggia il mito del cavaliere che uccide il drago – non ridere – e mira spesso ad una sfida sonora. Può essere cose diverse fra loro, tutte legate però a questa idea – relativa, però -  di “sfida”, “difficoltà”. A volte (vedi i salti in Scarlatti) è spettacolo e provocazione strumentale (che in sé non può essere recisa da quella linguistica), altre volte è dramma, pathos (il “sublime”, la natura tempestosa dei quadri di Friedrich, ad esempio), altre volte ancora la volontà di creare al pianoforte uno strumento (o insieme di strumenti) immaginato, utopistico. Non si può classificare in maniera univoca. Certamente non è mera velocità o facilità esecutive, quando queste si realizzano con scorciatoie tecniche incompatibili con le qualità sopracitate, che sono solo alcune.  Credo che la tecnica pianistica possa portare ad effetti molto diversi quanto lo sono i suoi percorsi formativi ed applicativi. Quando parlo di “orchestrazione ipotetica”, questa di per sé richiede approcci tecnici specifici per il fine particolare, dunque ciò che è un buon risultato tecnico-virtuosistico per uno può non esserlo affatto per un altro, quando l’effetto sonoro è il punto di partenza e di arrivo, più che la precisione intesa come statistica ed efficacia di elementi in ordine (note e ritmo soprattutto).

Dopo il diploma al Santa Cecilia è volato in America (Miami e New York) e in seguito Londra. Meglio andarsene dall'Italia, quindi? Cosa pensa dell'organizzazione dello studio musicale in Italia? Mi riferisco ai Conservatori, a come sono strutturati i corsi, alle possibilità che offrono, all'inserimento nel mondo del lavoro per i giovani diplomati ecc.. ecc..

Mi ha fatto bene vivere in paesi diversi e realtà cosmopolite. Il periodo di studi a Londra è stato il più formativo, per via della eccezionale didattica di Alice Kezeradze, di cui raccolgo i frutti ogni giorno di più. Non so se incoraggerei un giovane a lasciare l’italia oggi, se non per necessità di nuove esperienze e per allontanarsi dalla provincialità della vita italiana. O per per questioni di scelte estetiche.
Un enorme passo avanti in Italia è stato fatto con realtà come Imola e Cadenabbia, ad esempio, che operano ad alto livello pianistico e stabilicono una “temperatura” di qualità esecutiva che stimola molto il rendimento dei frequentanti. Parlando con alcuni desiderosi di entrare in queste scuole, ho trovato in loro più una voglia di “posizionarsi” che di “formarsi”: non sanno cosa vogliono essere, gli interessa più vincere i concorsi. Ma non posso estendere questo giudizio a tutti, e credo che sia molto utile che un giovane pianista di talento si trovi vicino ad altri del suo livello e venga da queste presenze stimolato.
Personalmente credo nell’indirizzo formativo severo, più che in quello consultivo, in quella prassi metodologica che molti didatti chiamano “cucina”, in cui si sezionano e sminuzzano gli elementi primari dello studio di un brano e si elabora il loro perfezionamento, una fase di studio lunga e paziente che precede lo studio dell’esecuzione vera e propria. Ma le realtà di cui sopra favoriscono un’immigrazione di giovani pianisti verso l’Italia (non la loro emigrazione) e dobbiamo ammettere che nessun conservatorio è riuscito a far di meglio. Inoltre, trovo molto ben fatti i programmi di studio di certe università americane, perché garantiscono un’educazione musicale a tutto tondo e con criteri epistemologici lucidi ed efficaci, tendendo alla sinergia fra le arie materie. Si fa inoltre molta pratica esecutiva e si vive la musica come un’esperienza collettiva tipica dell’attività concertistica. I migliori schemi e sistemi formativi iniziali rimangono però quelli adoperati nelle scuole ex-sovietiche. Il conservatorio italiano sta vivendo una fase transitoria da cui può uscire vincente se non piega le sue scelte a decisioni maggioritarie della massa dei suoi docenti, piuttosto che a criteri specialistici affidati ai più esperti. In altre parole, più che sindacalizzare i privilegi dei docenti, si debbono favorire i diritti qualitativi dei discenti. Mi sembra più che logico, dato che ogni scuola, per definizione, nasce e vive in funzione dei secondi. Ho poche speranze, ma spero di ricredermi. Alcuni colleghi sono ben motivati. Ma credo fermamente che il meglio del personale docente sia fuori del conservatorio, è la nuova generazione, la migliore del dopoguerra, che non ha possibilità di lavorare in conservatorio per colpa di questo modo che hanno molti docenti di far politica protezionistica, di blindare le proprie posizioni.
  
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Re: Intervista a CARLO GRANTE
Reply #4 - 11. Jun 2009 at 21:08
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Quali consigli si sente di suggerire ai giovani studenti del nostro forum?
Ci sono scelte sbagliate e scelte giuste?

Chiunque abbia un’età tale da guardare indietro con rimpianti o rimorsi, capisce di aver fatto o non fatto delle scelte indispensabili per la sua vita. Un pianista, che quasi invariabilmente vive la sua professione intensamente ed in essa si identifica anche nella sua sfera più personale, è infinitamente grato a chi gli ha permesso di seminare bene e maledice i falsi profeti che hanno favorito scelte nocive. Nel momento della scelta, non si può capirne gli sviluppi a medio e lungo termine, non sembra possibile che la decisione di un attimo o intrapresa in un breve periodo possa avere effetti così durevoli o addirittura definitivi. La mia risposta alla domanda, come di tutte le persone che hanno fatto scelte giuste e sbagliate, è semplicemente quella di augurare ad un giovane di credere ai giusti insegnamenti, riconoscere i profeti giusti da quelli falsi. Ovviamente non credo che entrare nello specifico delle scelte formative possa interessare il lettore, specialmente se questi confida in un insegnamento, in un percorso formativo lontano dal mio che fa apparire i miei criteri di scelta formativa non veritieri o semplicemente non assimilabili ai suoi. Ma in linea generale bisogna diffidare da chi fa di necessità virtù e in alcune mie recenti esperienze mi sono convinto, per i danni permanenti subiti da giovani di grandi speranze, che è possibile stroncare il futuro di un musicista con parole, generate da un senso di frustrazione e sconfitta, che sono più utili a camuffare questi ultimi che non a fornire reali elementi conoscitivi forieri di sane ed auspicabili decisioni.
Se posso far mia una frase di Tony Robbins, “Vivi con passione!” credo sia una raccomandazione indispensabile per noi artisti. Ma non è equivalente a dire “vivi di passioni”, o meglio vivi solo di quelle circostanze dettate da impulsività, che lasciano dietro solo un sapore di bruciato. Nella professione artistica si può rimaner vittima del “cotto e mangiato”, perché un artista è tale tutto il giorno per tutta la vita e in definitiva mutilare questa sua “strana” personalità fatta di conoscenza e talento significa mutilare anche la propria esistenza.



Come e quando si "diventa" pianista?

Idealmente, lo si dovrebbe essere da subito, con quell’altissima focalizzazione dell’attenzione tipica del bambino intento al suo gioco, trattando tutto ciò che si studia con passione e mai con passività, evitando di separare gli elementi di cui il suonare il pianoforte si compone e sentirsi sempre nel mezzo di un’attività appassionante. Perder controllo della propria attività può comportare quella scomposizione in tecnica, memoria, espressione, intonazione, etc. che richiederà allenamento specifico compensatorio a causa della perdita di una o più di queste competenze e della loro indispensabile sinergia. Fra gli ingredienti essenziali per un pianista “praticante” secondo me ci sono: talento, un buon  orecchio musicale, responsività psico-fisica, pazienza in fase di studio, buona attenzione e focalizzazione, buona memoria musicale, visiva, cinestesica, curiosità nei confronti del testo che si studia, voglia di esibirsi. Non dovrebbe mancare alcuno di questi. Certamenti i lettori di questo foum potranno aggiungerne altri alla lista che ho appena abbozzato.


Cosa pensa dei Concorsi Pianistici?
C'è chi dice che non servono, invece c'è chi sostiene che la vittoria ad un concorso è un riconoscimento pubblico, essendo dato da altri e non da se stessi, e quindi una garanzia.


Certamente ritengo la vittoria di un concorso o di un premio molto utile, seppur non indispensabile, né di per sé totalmente sufficiente. C’è il peso di un “valore sociale” (social proof) dato da una valutazione collettiva che non interessa direttamente il fruitore e che gli operatori della persuasione pubblicitaria conoscono bene e ne sanno riconoscere l’importanza nei diversi mercati e culture. Il premio però è anche utile alla quella necessaria scrematura che agenti e impresari sono costretti a fare per selezionare artisti – quando questi non siano direttamente proposti o sollecitati– in un mondo affollatissimo. In mancanza di questo tipo di vantaggio, farsi strada unicamente sulla forza del riconoscimento diretto ogni volta del proprio valore (e di un conseguente “valore sociale “  cui questo porta, più che di un giudizio ricevuto), è molto più difficile, seppur gratificante per via di un successo più autentico. In ultima analisi è il giudizio di chi ascolta e valuta, dal pubblico pagante al musicista professionista, che non permette ad alcuno di darsi la valutazione che preferisce, sarebbe  praticamente impossibile! E anche il giudizio ricevuto (un premio) è vulnerato da quello indipendente e sovrano del fruitore evoluto ed autonomo (come deve esserlo, appunto, ogni giudizio). Semmai ci può capitare, lontani dall’happening musicale, di veder vendere fumo come si fa nel Bar dello Sport, dove ci si auto-elegge commissari tecnici della squadra di calcio ideale...Non di rado ciò accade nel nostro campo, purtroppo; è difficile divincolarsi in un’offerta così varia per tipologia e professionalità.

  
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Re: Intervista a CARLO GRANTE
Reply #5 - 11. Jun 2009 at 21:08
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E in Italia, paese con il maggior numero di concorsi in assoluto? Come la vede questa situazione? Nascono concorsi nuovi ogni giorno, e spesso si vedono delle giurie abbastanza... curiose, diciamo così.

Sì, diciamo così..
In Italia sono spesso i genitori dei pianisti, soprattutto dei giovanissimi, a spingere i figli a fare concorsi, più che i pianisti stessi, anche per la necessità di procurarsi titoli spendibili in caso di domanda di insegnamento. Altra cosa che spinge a fare molti concorsi è il rating che ne consegue nella valutazione degli altri.

E cosa ne pensa del fatto che nella maggior parte dei concorsi i giurati hanno i loro allievi?

Può essere controproducente, in un modo o nell’altro. Meglio evitarlo.

Cosa è per lei la mediocrità in campo pianistico?

Possiamo dire che siamo mediocri quando riduciamo alla nostra conoscenza relativa del mondo la valutazione di tutto ciò che ci circonda? Oppure che facciamo del nostro giudizio relativo un assoluto da imporre agli altri, cadendo così (contraddittoriamente) nel relativismo? Credo che relativismo, pigrizia ed incapacità, se mescolate bene, possano facilmente indurci nella mediocrità, nel voler giocare al ribasso, ergendo a nostro motto “sfigato è bello”, distruggendo ciò che non ci può appartenere. Sfigato invece è bruttissimo. Mediocrità non è sinonimo di scarsa capacità, è forse piuttosto una forma mentis, o addirittura uno statuto morale che riesce a creare una sottaciuta solidarietà fra gli appartenenti allo stesso club, tagliando fuori tutti gli altri. Un pianista è mediocre, allora, quando vede pieno il suo bicchere e vuoto quello degli altri,  rimanendo posseduto dalle poche capacità e conoscenze che possiede, non accorgendosi deele sue lacune, che invece alcune strumenti palesano più impietosamente.
  
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Re: Intervista a CARLO GRANTE
Reply #6 - 11. Jun 2009 at 21:09
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Lei pensa che l'ambiente pianistico italiano sia un ambiente costruttivo? Percepisce collaborazione, aiuto stima e attenzione reciproca fra i pianisti?
Nota, o ha notato, delle differenze tra l'ambiente pianistico italiano e l'ambiente estero?


Ci sono indubbiamente delle particolarità di modi di pensare e agire fra gli italiani di qualsiasi professione, compresi i pianisti: spesso è più importante CHI conosci rispetto a COSA conosci, questo è notorio. Possiamo dire però che il pianista italiano è di solito istruito ed intelligente, con un potenziale musicale altissimo. Ciò che il discorso, l’estetica e pragmatica del vivere e del lavoro nella civiltà italiana impone come insieme di canoni valoriali può influire anche sulla personalità di un pianista, se questi teme di andare controcorrente. Non conosco tutti i pianisti italiani, però, da poter dire quale sia il generale spirito collaborativo. In moltissimi casi posso dire che le loro espressioni ufficiali (per esempio su social networks o forum vari), da “volemose bene” (come si dice a Roma) non corrispondono a quelle private, che rivelano spesso astio e rabbia nei confronti dei colleghi. La critica, espressa civilmente, non andrebbe sottaciuta, ma per deontologia non deve essere solo auto-referente e prendere come parametri di riferimento solo quelli del critico, o quella dietrologica, sottrattiva presupposizione secondo cui un pianista “fa quella cosa perché non sa fare quell’altra”. Né trattare i propri amici come amici e i non amici come...nemici: che razza di civiltà è mai questa?
  
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Re: Intervista a CARLO GRANTE
Reply #7 - 11. Jun 2009 at 21:10
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Quali sono secondo lei le difficoltà per un pianista "classico", oggi?
Le faccio questa domanda a seguito di alcune discussioni che abbiamo in forum, una su tutte il tema Allevi, e anche le recenti dichiarazioni di Jarrett sul fatto che il pianista è vittima dello spartito e quindi rischia la schizofrenia.
Ci dice il suo pensiero?


Sulla questione Allevi, francamente non capisco il problema. Non ho letto la discussione sul vostro forum, ma vorrei premettere due cose: a me non interessa chi suona al Senato e non considero questo un posto preposto alla musica o che abbia il potere di emanare trend estetici. Le espressioni estetiche delle cariche dello stato su Allevi sono state gravi, ma altrettanto innoque. Allevi è il frutto delle sollecitazioni persuasive (chiaramente gonfiate, come tali) della pubblicità del mercato “leggero”, francamente preferibile, però, alle tante porcherie che ci siamo bevuti nel campo della musica cosiddetta “colta”, soprattutto contemporanea. In seconda istanza, a parte lo sfogo di Uto Ughi, chi più fa il vocione contro Allevi - parlo della mia casistica personale - è anche chi meno vedrei suonare al posto suo in Senato. Io non mi unisco ai gruppi di quelli “che è tutta colpa di Allevi”, come se con l’assenza di questa “bestia nera” tutti si trovassero nelle condizioni per loro ideali. La promozione pubblicitaria, nell’industria della musica classica e nel libero mercato, può sospingere un personaggio grazie anche alle sue leggi non perfettamente in linea con i criteri elitari di qualità artistica o di buon gusto, ma non può farlo troppo a lungo, perché il mercato è impietoso ed imprevedibile, alla fin fine nessuno costringe ad acquistare dischi o biglietti e prima o poi chi non è all’altezza dell’attesa perde consenso e seguito. E se preferiamo un regime che ci imponga le sue regole estetiche dobbiamo sperare che fra gli emanatori di queste non ci siano quei mediocri musicisti che nessuno di noi stima ma si è visto, in anni passati, imporre dall’alto. Allevi non è peggio di tanti altri pretendenti al suo trono.
Credo si dia troppa importanza a ciò che passa in T.V., che in Italia assurge ad enorme valore sociale. Non ci dovremmo lamentare dello scadere dell’offerta qualitativa della T.V. se siamo i primi ad esaltarne l’impatto sociale. A chi di noi non è stato chiesto almeno una volta “quando ti vedo in T.V.?” come se questo fosse il primo criterio di valutazione del “rating” di un artista?
Jarrett è semplicemente un genio della musica. Chiaramente credo abbia torto sulla questione della fedeltà al testo, concetto ontologicamente contraddittorio. Semmai la si dovrebbe chiamare “fedeltà alla composizione”, cosa impossibile proprio a causa di quel livello neutro, il testo, che non può proiettare in toto, soprattutto nella musica – asemantica - l’idea originaria. Se esistesse un’esecuzione “fedele” - per essere tale idea ontologicamente valida - solo una sarebbe da considerare esecuzione accettabile e tutte le altre, quindi, fallaci. Si dovrebbe clonare quell’esecuzione fedele e non accettarne altre. Diciamo che in ambito di letteralismo puro (soprattutto biblico) la fedeltà al testo richiede un’esegesi che divide i fedeli e anche i popoli, ma il testo musicale non è fatto di significanti, solo di simboli musicali, non esiste una vera ermeneutica del testo musicale, che lo ridurrebbe a mera didascalia. Il fascino dell’interprete sta proprio nel cercare qualcosa dietro l’angolo (il testo) che ciò che il bagaglio dei personali investimenti lascia immaginare. Inoltre, la musica stessa riesce a conservare una sua aristocratica indipendenza addirittura da chi la compone. Che cos’è, dunque, la fedeltà al testo? Solo un punto di partenza.
Pianisti schizofrenici? Al contrario, io conosco pianisti ben felici del proprio “mestiere”, sempre più intenti a scavare in quel “testo”, ad approfondire se stessi, a migliorare, a godere del plauso di chi li ascolta. Forse gli schizofrenici sono più quelli che invece di dedicarsi attivamente alla propria arte preferiscono dire “avrei voluto, ma non ho potuto” o peggio ancora “avrei potuto ma non ho voluto”, i secondi davvero pericolosi (specialmente per i loro allievi).
  
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Re: Intervista a CARLO GRANTE
Reply #8 - 11. Jun 2009 at 21:10
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Lei crede che un pianista possa ancora presentarsi in recitals proponendo autori quali Schumann, Beethoven, Chopin?
Pensa che il recital "classico" sia morto o forse in agonia?


Oggi c’è sicuramente meno “tradizione” nell’andare a recitals pianistici ma...agonia? Manco per sogno! Non ho affatto questa impressione, quando dalle reazioni post-concerto rilevo un interesse nel recital come momento poetico, riflessivo, introspettivo. I succitati autori continuano a piacere, perché non dovrebbero? E trovo i giovani di oggi più preparati, in quanto a conoscenza  del repertorio, di anni fa. Certamente più “scafati”. C’è ovviamente un ventaglio molto più ampio di offerta di intrattenimento, più che di frazionamento culturale, che chiamerei piuttosto specializzazione, che chiunque abbia un televisore, un i-pod, internet, etc. non deve ostinarsi a negarne l’esistenza, gradendo lui stesso la varietà di offerta ed accesso a ciò che più desidera. Non credo che la musica classica possa mai perire. L’industria discografica è in crisi, ma più per via della saturazione dei cataloghi, della facilità di copiatura dei prodotti fonografici, etc. La musica classica può indubbiamente soffrire quella sindrome della modernità legata allo sviluppo della tecnologia, che E. A. Poe chiamava “un rapace che dilania le illusioni”. E le varie nature della musica, immateriale, immaginifica, idealistico-romantica, sono le prime prede di questa razionalistica rivisitazione soggettiva del mondo, reale o immaginato, cui la musica in parte si ispira. Ma l’uomo nel profondo rimane se stesso e proprio per questo la musica del grande repertorio manterrà sempre la sua magica coerenza interna.
  
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Re: Intervista a CARLO GRANTE
Reply #9 - 11. Jun 2009 at 21:11
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Ora, se me lo concede, mi piacerebbe farle delle domande anche un pò leggere, per conoscerla meglio Smiley Ha presente il giochino del "Se fosse?"

Se fosse un concerto per pianoforte e orchestra?
Il 1° di Brahms

Se fosse una melodia?
Il motivo della cena d’amore, della sofferenza e della lancia nel Parsifal.

Se fosse un compositore?
Chopin

Se fosse un sentimento?
L’amore

Se fosse un dono della natura?
Spaghetti con vongole sono un dono della natura?

Se fosse una passione?
La musica.
  
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Re: Intervista a CARLO GRANTE
Reply #10 - 11. Jun 2009 at 21:11
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Ritorniamo seri, quali sono i suoi progetti futuri?

I più immediati sono la registrazione di altre 60 sonate di Scarlatti, di opere di Schubert, Bach, Brahms, Prokofiev e Godowsky. Poi l’esecuzione delle due sonate per violino e pianoforte di W. Furtwangler (!), opere di Vlad, Mozart, Beethoven e Busoni per pianoforte e orchestra e di Scarlatti, Schumann, Rachmaninoff e Prokofieff in recital.


Come sono andata?   Undecided

Come SIAMO andati, piuttosto...
Aspettiamo a dirlo Wink
  
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