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Very Hot Topic (More than 25 Replies) Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea? (Read 15759 times)
tgdigit
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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #120 - 17. Feb 2019 at 16:53
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Michel Petrucciani, uno dei più grandi pianisti jazz della storia.

Non leggo di attriti verso la musica contemporanea. In questo caso si tratta di pacifica convivenza, alla peggio, di indifferenza.

E che dire di Keith Emerson?
Accenno qui circa Alberto Ginastera, compositore argentino del ‘900:
“Tra gli ammiratori di Ginastera vi era il tastierista di rock progressivo Keith Emerson, che lo incontrò in Svizzera nel 1973 per fargli ascoltare il suo adattamento del quarto movimento del Primo Concerto per pianoforte. Tale adattamento, lodato dallo stesso Ginastera, fa parte dell'album Brain Salad Surgery degli Emerson Lake and Palmer col nome di "Toccata". In un'intervista del 1993 Emerson raccontò alcuni dettagli dell'incontro avuto con Ginastera in Svizzera. Quando fece ascoltare a Ginastera la demo di "Toccata", il maestro, dopo qualche secondo di silenzio, esclamò in spagnolo "Terrible!". Emerson pensò si trattasse di una bocciatura, ma la moglie di Ginastera, accortasi del fraintendimento, volle precisare e disse: "Signor Emerson, non si preoccupi. Terrible in spagnolo non significa terribile ma è una esclamazione che significa esattamente il contrario: mio marito è entusiasta del suo arrangiamento!".

  

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tgdigit
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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #121 - 17. Feb 2019 at 16:59
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Ma, al fine di evitare ogni equivoco, affermo che non crediate che non sia anch’io del tutto convinto che oggi (parlo di contemporaneità, non di avanguardie del ‘900), non esiste una distinzione netta dettata da stili o accademie che dir si voglia, al contrario la commistione di stili è sempre più feconda, ma esiste una differenza sostanziale tra musica d’arte e musica che non è d’arte, dove con arte si intende quella con la “A” maiuscola.

Questa differenza la si trova facilmente nella separazione molto presente tra musica commerciale e musica non commerciale.

La differenza sta proprio nella definizione che richiama i grandi numeri delle statistiche.
Le statistiche ci dicono cosa ascolta la massa, qual è la cultura di massa, dov’è il grande pubblico, qual è la musica popolare.

Per essere chiari (faccio un esempio brutale), chi ascolta Gianni Morandi e segue i suoi concerti da appassionato difficilmente ascolterà anche musica di Steve Reich (contemporaneo, in quanto solo 8 anni più vecchio di Morandi).

Sottolineo che parliamo di masse, cioè grandi numeri, perciò le eccezioni vengono assorbite.
E’ chiaro che Steve Reich tuttora rappresenta una larga minoranza ed è di gran lunga impopolare rispetto a Gianni Morandi  Smiley.
  

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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #122 - 17. Feb 2019 at 17:03
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Per essere ancora più chiari, vogliamo fare un esempio più brutale ancora?

In Italia nel 2012, Il pulcino Pio ha ottenuto immediato successo di vendite, debuttando al secondo posto nella classifica ufficiale dei singoli. Nella sua 5ª settimana di presenza, il singolo raggiunge il primo posto e lo manterrà per due mesi consecutivi. Rimane in top ten per una totale di tredici settimane consecutive. Nel contempo, riceve la certificazione di disco d'oro, disco di platino e, infine, di doppio disco di platino dalla Federazione Industria Musicale Italiana per avere venduto oltre 60.000 copie.

Il video ufficiale de Il pulcino Pio (in lingua italiana) è stato visualizzato oltre 240 milioni di volte ad oggi, la versione spagnola oltre 1 miliardo (al 2017) e la versione tedesca oltre 30 milioni di volte. Via via ci sono le altre versioni internazionali, come quella inglese, francese, olandese, russa e greca.

Interessantissime queste statistiche perché permettono di farsi un’idea (sottolineo il termine un’idea, non una certezza, sia ben chiaro) di quale sia il livello culturale-musicale delle masse nei vari paesi  Huh.

Il musicista che cerca popolarità, deve per forza inseguire la musica commerciale, altrimenti viene abbandonato dalle masse (se poi riesce nell’intento è un altro paio di maniche…)

  

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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #123 - 17. Feb 2019 at 17:06
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Voglio fare un altro esempio eclatante, un successo decisamente planetario, guarda caso anche questo pubblicato nel 2012.

Che gran bell’anno -), in Italia eravamo ancora nel pieno della cosiddetta “grande recessione” una delle peggiori crisi economiche della storia.
Mi chiedo se questa crisi sia prima e non seconda, come leggo nei giornali, rispetto alla grande depressione dei primi anni del XX secolo.
Il sole24ore scriveva: “Ue: l'Italia il Paese più colpito dalla crisi nel 2012. In caduta produttività e occupazione.” …e non ne siamo ancora usciti.

Dicevo, Gangnam Style Il 21 dicembre 2012 è divenuto il primo video della storia a raggiungere il miliardo di visualizzazioni, diventando poi il primo a raggiungere i due miliardi il 31 maggio 2014 e il 25 novembre 2017 raggiunge i 3 miliardi di visualizzazioni.

Il singolo ha venduto oltre 9,7 milioni di copie in Italia durante il 2012, risultando così il terzo brano più venduto di quell'anno:

1.      Ai se eu te pego! - Michel Telò
2.      Somebody that I used to know - Gotye feat. Kimbra
3.      Gangnam style - PSY

citazione da: http://www.hitparadeitalia.it/hp_yends/hpe2012.htm

Ora è probabile (sottolineo probabile e non certo) trovare musica d’arte nella musica non commerciale.
Questo significa, ovviamente, che mica tutta la musica non commerciale è d’arte, ma la si troverà più facilmente che nella musica commerciale.
Tutto questo con le dovute eccezioni, cioè anche nella musica commerciale si può trovare della musica d’arte, ma si tratta di un risultato non certo voluto, cioè un’eccezione, in quanto la musica commerciale vuole principalmente vendere un prodotto alle masse, allo scopo di massimizzare il profitto.
Chi regola il profitto non è il musicista ma il produttore (tra i tanti che vi girano intorno).

La musica non commerciale, chiaramente, al contrario, non ha come principale scopo la vendita alle grandi masse, ma la creazione di un buon prodotto artistico (con la “A” maiuscola).
Chi regola la qualità del prodotto artistico è il musicista, secondo la propria sensibilità.

E infine per non farmi passare per un solone e sdrammatizzare, posto questo video  Smiley:

  

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andreavezzoli
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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #124 - 17. Feb 2019 at 21:32
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Però senza un minimo di "commercialità" il musicista non potrà vivere della sua arte, anche Stravinsky si faceva pagare per comporre: non è forse musica commerciale anche quella?  Nel senso che l'idea del compositore che compone solamente per gloria personale è da rivedere.
Tra tutti i compositori, si contano sulla punta delle dite quelli che potevano permettersi non "vendere" la musica che facevano:

Gesualdo principe di Venosa, che essendo nobile non poteva e non ne aveva bisogno.

Charles Ives (che faceva l'assicuratore per vivere).

E pochi altri.

Quasi tutti gli altri dovevano vendere un prodotto, persino Beethoven, che viene considerato il primo "libero professionista" della storia della musica cercava dei mecenati per poter "sopravvivere" , e comunque a volte doveva far i conti con le esigenze degli editori.
  
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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #125 - 17. Feb 2019 at 22:22
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andreavezzoli wrote on 17. Feb 2019 at 21:32:
Però senza un minimo di "commercialità" il musicista non potrà vivere della sua arte, anche Stravinsky si faceva pagare per comporre: non è forse musica commerciale anche quella?  Nel senso che l'idea del compositore che compone solamente per gloria personale è da rivedere.
Tra tutti i compositori, si contano sulla punta delle dite quelli che potevano permettersi non "vendere" la musica che facevano:

Gesualdo principe di Venosa, che essendo nobile non poteva e non ne aveva bisogno.

Charles Ives (che faceva l'assicuratore per vivere).

E pochi altri.

Quasi tutti gli altri dovevano vendere un prodotto, persino Beethoven, che viene considerato il primo "libero professionista" della storia della musica cercava dei mecenati per poter "sopravvivere" , e comunque a volte doveva far i conti con le esigenze degli editori. 

Andrea, di fronte alla banalizzazione io mi arrendo  Smiley.

Ho parlato di un contesto ben preciso, se rileggi capisci, ho parlato della contemporaneità.

Ogni concetto va contestualizzato, altrimenti è pura generalizzazione, che non conta nulla.

Non ho parlato del problema del mecenatismo nella storia, sarei stato fuori tema come tu hai fatto.

Stiamo cercando di parlare di musica contemporanea, il contesto odierno è fortemente gestito dai poteri economici che agiscono a livello globale sui mass media.

Nulla a che vedere con i prìncipi di un tempo  Smiley.

Poi parlavo di popolarità anche quella a livello globale, nulla a che vedere con il compositore che vive del suo lavoro, ma se rileggi... Roll Eyes
  

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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #126 - 18. Feb 2019 at 01:08
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Gent.mi, francamente portar il Grande Petrucciani in codesto contesto è uscir dal seminato, e assai fuorviante in fin dei conti.

Anche il discorso sulla contaminazione, che pur ha una sua ovvia valenza, non mi par grande novità: nulla di nuovo sotto il sole.

Riguardo alla “musica commerciale”, credo sia sempre interessante leggere il “vecchio” Adorno:

Il sesto e ultimo tipo, quello quantitativamente più considerevole, è costituito dall’ascoltatore di musica leggera tout court, sia che la ascolti per passatempo, sia come fan. Se la sociologia dovesse pensare <<solo in termini statistici senza tener conto del peso dei singoli tipi nella società e nella vita musicale e degli atteggiamenti tipici nei confronti dell’oggetto considerato>>, il tipo dell’ascoltatore di musica leggera sarebbe il solo che meriterebbe di esser preso in considerazione; giacché è proprio in questo settore che l’industria culturale specula su vasta scala […] ben sapendo che l’ascolto regredito ad <<ascolto passivo>> è quello che maggiormente si presta al livellamento e alla massificazione, e quindi alla standardizzazione del prodotto."

(Da “Introduzione alla sociologia della musica” di T. W. Adorno-Piccola Biblioteca Einaudi, introduzione di L. Rognoni, pag. XIII/XIV)


Io ascolto Gianni Morandi (e mi piace assai Roll Eyes), ascolto il “Ludus tonalis” di Hindemith (e la goduria è imperiosa Roll Eyes Roll Eyes), ma SO “cosa” ascolto: non mi faccio “infinocchiare”  Grin

Cordiali saluti
  
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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #127 - 18. Feb 2019 at 13:27
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Giacinto Scelsi 

Si forma in anni segnati dal serialismo di Schönberg e Berg, e dall’atonalità di Skijabin.
Tra i lavori di questo periodo spicca il poema sinfonico Rotativa, eseguito a Parigi nel 1931:



Durante la seconda guerra compone il primo quartetto per archi:



Nel periodo del dopoguerra si rifugia nel misticismo, nella poesia e nelle filosofie orientali; il lavoro emblematico di questa nuova fase sono i Quattro pezzi su una nota sola per orchestra da camera:



La sua opera apre la strada ad una concezione nuova rispetto alla forma e al timbro: Scelsi nella sua poetica musicale indaga la microstruttura del suono, sconfinando in territori fino ad allora insondati, utilizzando tecniche all'epoca non convenzionali (tra cui un uso intensivo dei microintervalli).

La sua concezione musicale ha anticipato di alcuni anni il minimalismo musicale, un’ importante corrente musicale nata negli Stati Uniti negli anni 60, analogamente e parallelamente al minimalismo delle arti visive.
I Principali autori sono Philip Glass, Steve Reich, La Monte Young, e Terry Riley.

In Shutter Island di Martin Scorsese (2010) si possono ascoltare estratti da Quattro pezzi su una nota sola e Uaxuctum.

In uno spettacolo all’Auditorium Parco della Musica di Roma del 2011, “Scelsi e Gurdjieff, leggenda di due uomini straordinari”, il cantautore Franco Battiato ha reso omaggio al compositore proponendo una rivisitazione della sua musica con “scelsi Scelsi”, dove il pianista Carlo Guaitoli interpreta la Suite n.9 “Ttai”:

  

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andreavezzoli
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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #128 - 18. Feb 2019 at 14:51
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tgdigit wrote on 17. Feb 2019 at 22:22:
andreavezzoli wrote on 17. Feb 2019 at 21:32:
Però senza un minimo di "commercialità" il musicista non potrà vivere della sua arte, anche Stravinsky si faceva pagare per comporre: non è forse musica commerciale anche quella?  Nel senso che l'idea del compositore che compone solamente per gloria personale è da rivedere.
Tra tutti i compositori, si contano sulla punta delle dite quelli che potevano permettersi non "vendere" la musica che facevano:

Gesualdo principe di Venosa, che essendo nobile non poteva e non ne aveva bisogno.

Charles Ives (che faceva l'assicuratore per vivere).

E pochi altri.

Quasi tutti gli altri dovevano vendere un prodotto, persino Beethoven, che viene considerato il primo "libero professionista" della storia della musica cercava dei mecenati per poter "sopravvivere" , e comunque a volte doveva far i conti con le esigenze degli editori. 

Andrea, di fronte alla banalizzazione io mi arrendo  Smiley.

Ho parlato di un contesto ben preciso, se rileggi capisci, ho parlato della contemporaneità.

Ogni concetto va contestualizzato, altrimenti è pura generalizzazione, che non conta nulla.

Non ho parlato del problema del mecenatismo nella storia, sarei stato fuori tema come tu hai fatto.

Stiamo cercando di parlare di musica contemporanea, il contesto odierno è fortemente gestito dai poteri economici che agiscono a livello globale sui mass media.

Nulla a che vedere con i prìncipi di un tempo  Smiley.

Poi parlavo di popolarità anche quella a livello globale, nulla a che vedere con il compositore che vive del suo lavoro, ma se rileggi... Roll Eyes


Non si tratta di banalizzazione ma della realtà, l'arte dovrebbe essere classificata in base alla qualità e non alla commercialità, sembra quasi che se un compositore cerca di vendere un prodotto allora quello non sia "di qualità" solamente perché magari è popolare, perché magari fa i concerti negli stadi...
Però vedi quante cose stanno emergendo, e come la discussione sia stia animando? Smiley è così che dovrebbe funzionare il forum Smiley

Ora per tornare alla musica contemporanea o quasi:

questo compositore Danese, forse sconosciuto ai più che ha anticipato in questa sua opera la tecnica delle fasce sonore di Ligeti, di Rued Langaard (organista non riconosciuto in vita come compositore purtroppo):Music of the Spheres



Notate come tutto parta da un cluster diatonico sulla scala di Mi bemolle maggiore e gradualmente si trasforma, addirittura richiede l'uso di 8 timpani (4 timpanisti), che talvolta suonano in "politonalità" rispetto al resto della compagine orchestrale.


       

  
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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #129 - 18. Feb 2019 at 15:02
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andreavezzoli wrote on 18. Feb 2019 at 14:51:
tgdigit wrote on 17. Feb 2019 at 22:22:
andreavezzoli wrote on 17. Feb 2019 at 21:32:
Però senza un minimo di "commercialità" il musicista non potrà vivere della sua arte, anche Stravinsky si faceva pagare per comporre: non è forse musica commerciale anche quella?  Nel senso che l'idea del compositore che compone solamente per gloria personale è da rivedere.
Tra tutti i compositori, si contano sulla punta delle dite quelli che potevano permettersi non "vendere" la musica che facevano:

Gesualdo principe di Venosa, che essendo nobile non poteva e non ne aveva bisogno.

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Andrea, di fronte alla banalizzazione io mi arrendo  Smiley.

Ho parlato di un contesto ben preciso, se rileggi capisci, ho parlato della contemporaneità.

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Non ho parlato del problema del mecenatismo nella storia, sarei stato fuori tema come tu hai fatto.

Stiamo cercando di parlare di musica contemporanea, il contesto odierno è fortemente gestito dai poteri economici che agiscono a livello globale sui mass media.

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Poi parlavo di popolarità anche quella a livello globale, nulla a che vedere con il compositore che vive del suo lavoro, ma se rileggi... Roll Eyes


Non si tratta di banalizzazione ma della realtà, l'arte dovrebbe essere classificata in base alla qualità e non alla commercialità, sembra quasi che se un compositore cerca di vendere un prodotto allora quello non sia "di qualità" solamente perché magari è popolare, perché magari fa i concerti negli stadi...
Però vedi quante cose stanno emergendo, e come la discussione sia stia animando? Smiley è così che dovrebbe funzionare il forum Smiley

Ora per tornare alla musica contemporanea o quasi:

questo compositore Danese, forse sconosciuto ai più che ha anticipato in questa sua opera la tecnica delle fasce sonore di Ligeti, di Rued Langaard (organista non riconosciuto in vita come compositore purtroppo):Music of the Spheres



Notate come tutto parta da un cluster diatonico sulla scala di Mi bemolle maggiore e gradualmente si trasforma, addirittura richiede l'uso di 8 timpani (4 timpanisti), che talvolta suonano in "politonalità" rispetto al resto della compagine orchestrale.


       


Andrea, mi spiace, ma sei ancora generico, troppo generico  Smiley.

Dovresti specificare altrimenti quel che scrivi rischia di diventare fuffa o "sentito dire" che lascia il tempo che trova.
  

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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #130 - 18. Feb 2019 at 15:43
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Non è essere generici ma proporre un concetto molto chiaro: la musica e l'arte in generale possono essere di valore anche quando sono considerate "commerciali" , pensare all'arte come ad un qualcosa di estraneo alle dinamiche del mercato non è corretto.
Se sono  sicuramente d'accordo nel definire "il pulcino pio" una c...a colossale non posso esserlo con altra musica, per esempio Michelle dei Beatles ha venduto molto ma è un capolavoro, anche Bernstein lo ha affermato... ma è soltanto uno dei tanti esempi che potrei fare.
La stessa "west side story" è un capolavoro ma è, se utilizziamo certi parametri, musica commerciale... così come molte canzoni di Gershwin ...

Sono d'accordo con 10dita quando afferma che bisogna essere consapevoli di quello che si sta ascoltando, e se ascolto i Beatles so che hanno in certo senso molto meno "valore" dell'arte della fuga...
E questo discorso vale anche all'inverso: far passare tutto quello che è stato composto dall'avanguardia come capolavoro non ha senso, alcuni compositori componevano in un certo modo perché così erano sicuri di essere eseguiti mentre compositori come Nino Rota (parlo della sua musica non da film, per esempio il concerto per pianoforte) che continuavano ad usare la tonalità erano visti molto male ed emarginati, perchè? perchè era considerato commerciale perchè scriveva colonne sonore, si cercava una sorta di "finta purezza", dando valore a cose che non l'avevano.
Ecco perché ho voluto citare Metheny, Petrucciani, ... perché loro essendo in un certo senso più commerciali rispetto a certa musica colta hanno però creato musica di altissimo valore.

Concludo con questo altro compositore che merita di essere ascoltato: nonostante l'uso dei clusters il richiamo ad una gestualità "romantica" dona a quest'opera una certa fruibilità senza mai cadere nel già sentito.





  
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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #131 - 18. Feb 2019 at 19:07
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Allora leggiamo ancora un po' di Adorno Smiley.

"... la musica leggera, che commisura se stessa a nient'altro che al suo effetto sociopsicologico, deve adempiere desiderata tra loro contraddittori proprio per via di questo effetto. Da un lato deve pungolare l'attenzione dell'ascoltatore, deve differenziarsi da altre canzonette se vuole essere vendibile e riuscire a raggiungere l'ascoltatore; d'altra parte non può uscire dall'abituale se non vuole respingere l'ascoltatore, deve restare poco appariscente e non andar oltre quel linguaggio musicale che sembra naturale all'ascoltatore medio cui si rivolge la produzione ... . La difficoltà che deve affrontare il produttore di musica leggera è di appianare quella contraddizione, di scrivere qualcosa che sia incisivo e insieme banale e ben noto. E' d'aiuto in questo l'aspetto individualistico - nel senso antiquato dell'espressione -, che, si voglia o no, è tenuto presente nel procedimento produttivo, e che corrisponde anche al bisogno di momenti di repentina sorpresa oltre che al fatto di celare all'ascoltatore la standardizzazione predominante, quel tanto di confezionato che hanno la forma e il sentimento: l'ascoltatore deve sempre avere la sensazione di essere trattato come se il prodotto di massa fosse rivolto a lui personalmente. Il mezzo per raggiungere questo scopo, che è uno degli ingredienti fondamentali della musica leggera, è la pseudoindividualizzazione (che nel prodotto culturale di massa ricorda l'aureola della spontaneità) del compratore che sceglie liberamente al mercato secondo i suoi bisogni, mentre è questa stessa aureola che obbedisce alla standardizzazione e fa sì che l'ascoltatore non si accorga di consumare prodotti già digeriti a dovere. Un punto estremo di tale pseudoindividualizzazione è costituito dalle improvvisazioni del jazz commerciale, nutrimento della pubblicistica jazzistica. Esse mettono in luce appositamente l'invenzione del momento, ma in realtà sono vincolate, entro lo schema metrico e armonico, in limiti talmente ristretti che potrebbero essere a loro volta ridotte a un minimo di forme fondamentali. In effetti non è escluso che la massima parte di ciò che - al di fuori delle cerchie più ristrette degli esperti di jazz - viene presentato come improvvisazione, sia in realtà già stato provato prima. La pseudoindividualizzazione si estende non solo a queste improvvisazioni ma a tutto il settore in parola, e specialmente gli stimoli armonici e timbrici, ben pianificati dalla musica leggera (già l'operetta viennese anteriore alla prima guerra mondiale aveva una viscosa predilezione per l'arpa), seguono la regola di risvegliare la parvenza dell'immediato e dello specifico, dietro al quale sta però solo la routine dell'armonizzatore e dell'arrangiatore. Questi personaggi non vanno sottovalutati. Occupandosi delle canzonette bisogna guardarsi dal fare un'apologia della cultura che non varrebbe certo più di quella della barbarie. Le forme standard della musica leggera sono derivate da danze tradizionali, ma anche queste erano in buona misura standardizzate ancora moltissimo tempo prima che la musica commerciale si legasse all'ideale della produzione di massa: i minuetti di compositori minori del secolo XVII si assomigliavano tra loro irrimediabilmente come le canzonette. ... Sotto la pressione del mercato la musica leggera assorbe molti talenti genuini che neppure in questo campo possono annullarsi del tutto: persino in questa fase avanzata della totale commercializzazione si incontreranno, specie in America, idee di prima mano, archi melodici di bello slancio, pregnanti movenze ritmiche e armoniche. Ma le diverse sfere possono essere delimitate solo sulla base dei fenomeni estremi e non di quelli intermedi, dove del resto anche le digressioni più ingegnose vengono nella musica leggera deformate dal fatto che bisogna aver riguardo a coloro che badano alla smerciabilità del prodotto. L'imbecillità viene intelligentemente rispettata e menata per il naso da musicisti altamente qualificati, presenti nel settore complessivo della musica leggera in numero assai maggiore di quanto vorrebbe ammettere la musica superiore col suo complesso di superiorità: in America se ne trovano soprattutto tra gli arrangiatori, ma anche tra gli esperti del disco, i band leaders e altri gruppi. Costoro ammanniscono l'analfabetismo, base irrinunciabile, in modo che esso appaia al tempo stesso dernier cri e possibilmente coltivato, ma soprattutto in modo che «suoni bene» secondo un ideale che non è poi così facile da realizzare. Per ottenere tali risultati il musicista deve conoscere il suo mestiere. ... La preponderanza dei mezzi sugli scopi, presente in tutta l'industria culturale, nella musica leggera si manifesta come uno spreco di interpreti di notevole livello per prodotti indegni di loro: il fatto che tanti musicisti di possibilità ben maggiori lascino abusare di sé in questa maniera ha naturalmente ragioni economiche. Ma la loro cattiva coscienza determina un clima in cui prospera poi un velenoso rancore. Con cinica ingenuità ma non senza ragione, un'orribile ragione, ci si convince di avere in appalto il vero spirito dei tempi."

T.W. Adorno - Introduzione alla Sociologia della Musica - Zwölf theoretische Vorlesungen (dodici lezioni teoriche) - Giulio Einaudi editore s.p.a. (1971) - Capitolo secondo p.38 e segg..
  
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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #132 - 18. Feb 2019 at 19:41
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Non concordo con Adorno sopratutto quando definisce: "uno spreco di interpreti di alto livello" il fatto che alcuni musicisti, per lavorare, si dedicano alla musica "leggera", ci rendiamo conto che se questo fosse vero, alloro noi tutti musicisti dovremmo non fare per professione ma trovarci un lavoro "normale" per poi dedicarci alla musica nel tempo libero, in modo da non doverci "sporcare" con certa musica??
Non è forse invece nel cercare di avvicinare i due mondi musicali con contaminazioni, collaborazioni... esperimenti che potremmo avvicinare più gente alla musica "colta"? non è tirando su muri che si risolve il problema.

Adorno non tiene in considerazione molti fattori:
1) la musica è elaborazione di un materiale di base e questo materiale di base, se in mano ad un buon compositore, può essere anche "brutto" ma poi trasformarsi in un capolavoro (non è forse brutto il valzer di Diabelli su cui Beethoven scriverà le sue bellissime variazioni??

2) la musica leggera, così come quella colta,non è un compartimento stagno, e non può essere vista solo con negatività

3) non tiene conto che un compositore può comporre sia musica leggere che colta (Morricone per esempio) ...

Attenzione a tirar su barricate nei confronti della musica "commerciale" si rischia l'isolamento.

Poi sono il primo a preferire Bach Smiley
  
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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #133 - 19. Feb 2019 at 12:31
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andreavezzoli wrote on 18. Feb 2019 at 19:41:
Non concordo con Adorno sopratutto quando definisce: "uno spreco di interpreti di alto livello" il fatto che alcuni musicisti, per lavorare, si dedicano alla musica "leggera", ci rendiamo conto che se questo fosse vero, alloro noi tutti musicisti dovremmo non fare per professione ma trovarci un lavoro "normale" per poi dedicarci alla musica nel tempo libero, in modo da non doverci "sporcare" con certa musica??
Non è forse invece nel cercare di avvicinare i due mondi musicali con contaminazioni, collaborazioni... esperimenti che potremmo avvicinare più gente alla musica "colta"? non è tirando su muri che si risolve il problema.

I due mondi ovviamente esistono, come tu affermi, non si tratta perciò di tirare su muri di separazione.
Permettimi, ma con l’ammissione dell’esistenza dei due mondi sei già tu che affermi che c’è una separazione. Difatti è così ed è anche noto all’universo intero  Smiley.


Adorno non tiene in considerazione molti fattori:
1) la musica è elaborazione di un materiale di base e questo materiale di base, se in mano ad un buon compositore, può essere anche "brutto" ma poi trasformarsi in un capolavoro (non è forse brutto il valzer di Diabelli su cui Beethoven scriverà le sue bellissime variazioni??

Nelle variazioni su un tema di Diabelli lo stile è di Beethoven, l’elaborazione formale è di Beethoven, perciò cosa rimane del brutto valzer? Solo il brutto valzer, il motivo su cui costruisce la musica Beethoven, si tratta infatti di variazioni su un tema qualsiasi la cui importanza è di gran lunga minore rispetto alle variazioni (a meno che non ti fermi ad ascoltare l’esposizione e poi te ne vai  Smiley). Il tema quindi è solo un espediente per fare la propria musica. Quindi mi chiedo, dov’è la contaminazione di cui parli?

2) la musica leggera, così come quella colta,non è un compartimento stagno, e non può essere vista solo con negatività

Non ho mai detto che la musica leggera sia qualcosa di negativo. Ammetto però serenamente quel che è, musica di disimpegno, senza altre pretese e con un obiettivo ben preciso, cercare la popolarità, il consenso più ampio possibile, per massimizzare il guadagno, concetti già espressi sopra. La musica leggera è commerciale (obiettivo massimizzare il guadagno), non potrebbe essere altrimenti ed è una cosa chiara a tutti, perciò è un’ovvietà. Mi chiedo se tu la pensi nello stesso modo, ma credo di si.

Più sopra hai fatto l’esempio di Michelle dei Beatles. La musica dei Beatles appartiene alla musica commerciale.
Non discuto sulla bellezza delle melodie, sulla bella forma delle composizioni, sulla professionalità dei musicisti, perciò sulla qualità del prodotto in sè.

Dico, cosa rimane sotto la bella superficie? Niente, perché non ci deve essere nient’altro oltre alla bella melodia, il bell’arrangiamento, la professionalità dei musicisti.

La musica commerciale non cerca, dei compromessi con altra musica per farsi piacere, è perfettamente coerente e compiuta in sè, perché il suo intento è già soddisfatto, cioè farsi piacere dal più ampio uditorio possibile. 
E’, come tu affermi, un mondo a se stante.

3) non tiene conto che un compositore può comporre sia musica leggere che colta (Morricone per esempio) ...

Guarda che qui sono d’accordo, importante, come anche tu affermi è separare le due cose,
Non mi trovo d’accordo quando distingui musica leggera da musica colta per 2 motivi.
La musica leggera è solo un settore della musica commerciale. Ce n'è molta altra, inutile che ti citi gli altri settori…
Musica colta è proprio un brutto termine… stai affermando indirettamente che quella leggera è incolta  Smiley.

Se intendi dire, come credo, musica commerciale e musica non commerciale, sono pienamente d’accordo.

  

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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #134 - 19. Feb 2019 at 12:36
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andreavezzoli wrote on 18. Feb 2019 at 19:41:
Poi sono il primo a preferire Bach Smiley

Tu preferisci Bach, 10dita preferisce Hindemith.

Sono pienamente d’accordo, anch’io li preferisco!!!  Smiley ma quando? Quando cerco quello che mi può dare la musica non commerciale, la musica d’arte, come voi due, credo, cioè spessore nel messaggio, articolazione della struttura musicale, complessità nell’elaborazione, ecc. ecc.

Poi anch’io come voi due ascolto anche musica commerciale, ma quando? Quando cerco quello che mi può dare la musica commerciale, come voi due, credo, cioè disimpegno, sottofondo, allegria del movimento, ecc. ecc.

Infine quel compromesso che tu affermi sopra, avvicinare i due mondi, non dico che non sia possibile, anzi, credo però che sia molto difficile ottenerlo volutamente, senza scivolare da un’altra parte, difficile tenere i piedi in due staffe, non credi?
Molto più semplice stare da una parte o dall’altra, poi se partendo da un intento pienamente commerciale, si ottiene un prodotto di valore, meglio no? Oppure il contrario, cioè partendo da un prodotto d’arte si ottiene popolarità, meglio no?
Ma non credo che possa essere un effetto voluto.
Un compromesso tale è e tale rimane.
  

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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #135 - 19. Feb 2019 at 15:13
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Gian Carlo Menotti

Nel 1937 durante gli studi al Curtis Institute di Filadelfia Menotti compone la sua prima opera matura, Amelia al ballo, opera buffa in lingua italiana.



Con l’opera The Consul (Il console), che debutta nel 1950 vince il Premio Pulitzer per la musica e il premio della critica del New York Drama Circle per la migliore opera musicale.



Nel 1958 crea il Festival dei Due Mondi di Spoleto allo scopo di mettere in contatto il mondo artistico europeo e quello americano.
Il Festival diviene una delle più importanti manifestazioni culturali europee, spaziando in tutte le forme artistiche, dalla opera lirica alla prosa, dal balletto alle arti figurative, dalla musica classica e moderna al cinema.

Nel 1976 avviene la prima esecuzione assoluta della Sinfonia n. 1 "The Halcyon" diretta da Eugene Ormandy:

  

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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #136 - 19. Feb 2019 at 15:40
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Menotti è un autore che ho scoperto da poco ma che mi ha già conquistato. Un operista eccezionale ed un compositore ricco di inventiva. Consiglio a tutti voi l'ascolto della Medium e dell'opera meno conosciuta quale Help!Help! the globolinks. Quest'ultima fu la prima se nons baglio a contenere anche musica elettronica ( associata agli alieni venuti dallo spazio)  in contrapposizione con la musica "strumentale" affidata all'accompagnamento degli esseri umani. Infine un ascolto del suo concerto per pianoforte ed orchestra non può che farci bene Wink
https://www.youtube.com/watch?v=BDRN8q_o6-k
  
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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #137 - 19. Feb 2019 at 17:55
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tgdigit wrote on 19. Feb 2019 at 12:36:
andreavezzoli wrote on 18. Feb 2019 at 19:41:
Poi sono il primo a preferire Bach Smiley

Tu preferisci Bach, 10dita preferisce Hindemith.

Sono pienamente d’accordo, anch’io li preferisco!!!  Smiley ma quando? Quando cerco quello che mi può dare la musica non commerciale, la musica d’arte, come voi due, credo, cioè spessore nel messaggio, articolazione della struttura musicale, complessità nell’elaborazione, ecc. ecc.

Poi anch’io come voi due ascolto anche musica commerciale, ma quando? Quando cerco quello che mi può dare la musica commerciale, come voi due, credo, cioè disimpegno, sottofondo, allegria del movimento, ecc. ecc.

Infine quel compromesso che tu affermi sopra, avvicinare i due mondi, non dico che non sia possibile, anzi, credo però che sia molto difficile ottenerlo volutamente, senza scivolare da un’altra parte, difficile tenere i piedi in due staffe, non credi?
Molto più semplice stare da una parte o dall’altra, poi se partendo da un intento pienamente commerciale, si ottiene un prodotto di valore, meglio no? Oppure il contrario, cioè partendo da un prodotto d’arte si ottiene popolarità, meglio no?
Ma non credo che possa essere un effetto voluto.
Un compromesso tale è e tale rimane.


Ci sono alcune cose su cui riflettere ancora secondo me:

siamo sicuri che tutti i successi della musica "leggera" siano stati confezionati a tavolino? quindi con un intento volutamente commerciale?
Ci sono esempi di canzoni famose nate per caso, che all'inizio nemmeno chi le ha scritte le prendeva in considerazione come possibili successi.
Allora siamo così sicuri che la definizione di musica "di consumo" data da Adorno sia del tutto corretta?  Adorno è innegabilmente fazioso nei confronti della seconda scuola viennese e parte da un'idea di musica Schoenberghiana in cui il compositore deve "soffrire" per essere veramente un artista senza potersi mai concedere uno slancio di, non dico entusiasmo, ma almeno di positività... questa sua faziosità non gli consente sempre di essere obbiettivo, confezionando una visione della musica vista da un piccolo angolo, e facendo finta di non vedere le altre cose...

Potrei citare molti compositori e musicisti che lavorano sia nella musica leggera che in quella classica...
Certo che in qualche modo le due realtà musicali, che per convenzione vengono divise, hanno delle differenze ed è questo il bello, ma è innegabile che la contaminazione ci sia sempre stata nella storia della musica.



  
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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #138 - 20. Feb 2019 at 14:37
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John Cage

Allievo di Schoenberg.
Nel 1939 compone First construction (in metal) dove vengono usate anche percussioni improprie come lastre di metallo e contenitori di latta.



Nello stesso anno compone Imaginary landscape no. 1. È un quartetto per un piano, un piatto e due fonografi a velocità variabile. È una delle prime composizioni in cui viene utilizzata musica registrata.



Nel 1940 gli viene commissionata una musica per il balletto Baccanale.
Cage avrebbe voluto scrivere un brano per strumenti a percussioni. Tuttavia, dato che lo spazio era esiguo e che a disposizione c'era solo un pianoforte a coda tradizionale , iniziò a sperimentare la collocazione di piccoli oggetti all'interno della cordiera del pianoforte: pezzi di gomma , guarnizioni, viti e bulloni così da modificare il timbro dello strumento e produrre suoni percussivi.

Questa tecnica in realtà non è stata un’idea originale di Cage, in quanto già il compositore Henry Cowell (un vero pioniere della ricerca timbrica), aveva composto pezzi per pianoforte in cui bisognava suonare le corde con le dita e con barrette di metallo e da Erik Satie che ancora prima aveva davvero inventato la tecnica del pianoforte preparato inserendo degli oggetti nella cassa armonica dello strumento nell'opera Le Piège de Méduse.

Nei pezzi per pianoforte preparato si inseriscono tra le corde svariati oggetti, in modo che l'esecutore produca suoni che non sono del tutto volontari.

È uno studio sulla casualità del timbro: il compositore indica la preparazione dello strumento ma non decide completamente il risultato sonoro della sua opera. Si generano suoni che suggeriscono il suono prodotto da un'orchestra di percussioni e roicorda molto i suoni delle orchestre Gamelan dell’isola di Giava:



Si tratta anche di una provocazione verso una certa “sacralità” degli strumenti classici. Il pianoforte, strumento romantico per eccellenza, viene come violentato inserendovi oggetti di uso quotidiano, la tradizione musicale europea viene in tal modo sbeffeggiata.



Cage dedica molta parte della sua attività artistica alla percussione, alla ricerca di timbri originali, alla relazione tra musica e danza.
Esplora anche il campo dei rumori e conduce esperimenti con la musica elettronica.
Utilizza formule matematiche per strutturare la composizione, ad esempio i rapporti basati sulla "sezione aurea" (1:1,618).

Tra il 1946 e il 1948 scrive il suo lavoro per piano preparato più importante: Sonatas and interludes. Si tratta di sedici sonate e quattro interludi, in cui Cage porta ad un livello di maggiore complessità la sua tecnica basata sulle proporzioni ritmiche: la struttura di ogni pezzo è definita da una serie di numeri, e allo stesso modo anche le parti di ogni pezzo sono definite matematicamente. La preparazione dello strumento è più complessa: ci sono 45 note preparate attraverso l'inserimento di bulloni, pezzi di gomma, pezzi di plastica e noci.



Neli anni quaranta si interessa alle culture orientali: alla musica e alla filosofia indiana, al Buddhismo Zen. Lo Zen diventa un'impostazione filosofica con cui ridiscutere il concetto di musica. La musica viene considerata affermazione della vita.
Nel 1947, durante la composizione di Sonatas and interludes, crea The Seasons dove l'inverno rapresenta il riposo, la primavera la creazione, l'estate la conservazione e l'autunno la distruzione. È una delle composizioni in cui Cage ha cercato di "imitare la natura nel suo modo di operare", che è, secondo il compositore, una delle idee della filosofia indiana.



Nel 1950 utilizza tecniche aleatorie al fine evitare il desiderio di trovare l'emozione nella musica e per rimuovere tutte le tracce di identificazione personale con il materiale musicale, per eliminare l'aspetto soggettivo del processo compositivo, il legame fra la sensibilità del compositore e i suoni che compone.
Lo scopo è avvicinarsi all'indeterminatezza del suono naturale. La musica è natura, non è imitazione della natura. Poichè l'artista, come l'uomo, non controlla, non organizza, non domina la natura, ma la ascolta. L'uomo ha un ruolo subalterno, non è né esecutore né creatore della musica, è un liberatore del suono. C'è il rifiuto della concezione della musica in quanto suono organizzato,un liberarsi dalle costrizioni, rimuovere l'idea di modello compositivo.
  

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Re: Riusciamo ad ascoltare la musica contemporanea?
Reply #139 - 20. Feb 2019 at 14:42
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È il crollo dell'idea europea di musica, basata sulla centralità del compositore. Cage distrugge la figura del compositore genio, di stampo romantico. È un passo che Cage può fare perché è americano e quindi non sente lo schiacciante peso della tradizione colta.

Le caratteristiche della musica di Cage derivate dall'approccio alle filosofie orientali legano la sua opera alla poetica dadaista: l'esaltazione dell'automatismo, il disprezzo per la ragione, l'accettazione dell'assurdo, sono aspetti che accomunano lo Zen all'avanguardia dadaista.
La prima composizione in cui Cage impiega questa nuova tecnica è Music of Changes per piano solo, del 1951. Il processo compositivo parte dalla costruzione di un quadrato di 64x64 celle. In ogni cella viene inserito un valore: il tipo di suono, la durata, il volume. Attraverso dei meccanismi casuali gestiti da un calcolatore avviene la scelta all'interno di queste possibilità. Gli stessi meccanismi avvengono a livello verticale per la creazione di effetti polifonici, e per la scelta dei ritmi.
Ne risulta un’indeterminatezza totale nella composizione stessa:



In Imaginary landscape no. 4 per dodici radio, del 1951, ogni radio è controllata da due esecutori, uno sintonizza la frequenza, l'altro cambia il volume, seguendo le indicazioni della partitura. I risultati sono sempre differenti e imprevedibili. Invece di tentare di imporre il suo stile musicale all'ambiente locale, Cage lascia che sia l'ambiente locale a determinare il risultato della propria arte, secondo le frequenze captate dalle radio.



L'approccio alle filosofie orientali porta Cage verso l'abbandono del controllo umano sulla natura e sul suono. L'alea è un modo per imitare la maniera in cui la natura opera e per aprire la mente alle influenze divine, ad esempio al mondo indeterminato dei suoni non intenzionali. L’intenzione di Cage è quella di creare musica che non ha mai ascoltato.

Cage visita la camera anecoica dell'università di Harvard, una stanza insonorizzata e acusticamente trattata, in cui poter "ascoltare il silenzio". E’ lì che Cage al contrario si accorge sentire dei suoni, i suoni del suo corpo: il battito del cuore, il sangue in circolazione. Ciò che ne ricava è la consapevolezza dell'impossibilità del silenzio assoluto.
Il silenzio è una condizione del suono, è materia sonora: sottolinea e amplifica i suoni, li rende più vibranti, ne preannuncia l'entrata, crea suggestivi effetti di attesa e sospensione. Il silenzio è un mezzo espressivo, è pieno di potenziale significato.

Nel 1952, anche in seguito all'esperienza nella camera anecoica, compone 4'33", per qualsiasi strumento. L'opera consiste nel non suonare lo strumento.
La sostanza esecutiva dell'opera è un'operazione teatrale più che musicale.
Cage dichiarò d'aver creato quel titolo  per puro divertimento in quanto, utilizzando la macchina da scrivere, si accorse che la maiuscola del numero 4 era il segno ' e la maiuscola del numero 3 era il segno ".
Il significato del silenzio è la rinuncia a qualsiasi intenzione. La rinuncia alla centralità dell'uomo. Il silenzio non esiste, c'è sempre il suono. Il suono del proprio corpo, i suoni dell'ambiente circostante, i rumori interni ed esterni alla sala da concerto, il mormorio del pubblico se ci si trova in un teatro, il fruscio degli alberi se si è in aperta campagna, il rumore delle auto in mezzo al traffico. Cage vuole condurre all'ascolto dell'ambiente in cui si vive, all'ascolto del mondo. È un'apertura totale nei confronti del suono. Una rivoluzione estetica: è la dimostrazione che ogni suono può essere musica. È l'intenzione di chi ascolta che può conferire a qualsiasi cosa il valore di opera. Cage ha rivoluzionato il concetto di ascolto musicale, ha cambiato l'atteggiamento nei confronti del sonoro, ha messo in discussione i fondamenti della percezione.
La musica aleatoria crea un problema a livello critico. Come si può criticare un'opera che non è il frutto del lavoro intenzionale di un autore? Si conclude che il lavoro di Cage è un lavoro puramente filosofico, che la sua importanza sta nelle idee, non nel risultato musicale di queste idee.

  

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